Il biologico come paradigma della transizione ecologica

Piva

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Nelle scorse settimane il MIPAAF ha lanciato sul proprio sito internet una consultazione pubblica sul Piano d’Azione nazionale per l’agricoltura biologica (vedi news). Un Piano che può essere di aiuto allo sviluppo del settore se si concentrano le risorse in direzione del sostegno alla domanda, al consumatore ed alla ricerca ed innovazione evitando di disperdere energie e risorse in troppi rivoli.

Già in passato abbiamo sottolineato come nel primo semestre del 2022 – ci è tornato sopra in un recente commento anche Antonio Felice (vedi commento) – la domanda di prodotti biologici si sia raffreddata sia in Italia che in mercati quali Francia e Germania spesso sbocco delle nostre esportazioni; di fronte ad una riduzione del potere d’acquisto il consumatore tende a rivolgersi verso prodotti meno costosi. Sul versante della produzione, i prezzi all’origine non sono più così premianti rispetto al convenzionale come in passato a seguito, in particolare, dei rincari subìti dai prodotti convenzionali. Per questo occorre sostenere la domanda con campagne di informazione sui benefici del biologico sia in ambito salutistico che ambientale. Accanto alle azioni rivolte al consumatore, è necessario un progetto coordinato di ricerca e sperimentazione che ponga il prodotto biologico come paradigma della transizione ecologica al fine di ridurre i rischi di produzione e conseguentemente i costi dando maggiore certezza al mondo produttivo sia sul lato quantitativo che qualitativo. Il biologico come risposta efficace alla crisi ambientale ed alimentare non è un “rimasuglio” degli anni ‘70, come ancora qualcuno anela, ma un obiettivo imprescindibile che si alimenta delle migliori tecniche produttive e che si nutre di una continua attività di ricerca e sperimentazione.

I consumi devono essere sostenuti anche per assorbire la maggiore produzione proveniente dall’aumento delle superfici collegato al New Green Deal (25% della SAU bio al 2030) e per imboccare il percorso della transizione ecologica anche sul versante agroalimentare. Occorre evitare che terreni convertiti al biologico tornino al convenzionale con protocolli di produzione ispirati alla “sostenibilità” perché il rischio è di tornare dopo oltre un trentennio a dove eravamo esattamente in quel periodo, come nel gioco dell’oca.

Il biologico deve, inoltre, liberarsi dei pregiudizi che ancora oggi, dopo trent’anni di presenza e continua crescita, attanaglia parte delle classi dirigenti del settore agroalimentare e delle istituzioni. Il settore non è più un fenomeno di costume, passeggero, pittoresco o “di moda”; si tratta di una scelta produttiva, un metodo di coltivazione e di produzione che rientra prioritariamente fra gli obiettivi trasversali delle politiche in ambito UE ed in particolare nel New Green Deal e nella PAC.

Il biologico per essere “rivoluzionario”, ovvero contribuire a contenere gli effetti del cambiamento climatico ed offrire prodotti più salubri, deve diventare un elemento di normalità e per raggiungere ciò è necessario agire sul fronte della domanda, supportandola e motivandola, e su quello dell’offerta, riducendo gli elementi di rischio, stabilizzando le rese e riducendo i costi per ridurre i prezzi al consumo senza minare la redditività della produzione.

Fabrizio Piva

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