Biologico più sostenibile, ma deve farlo sapere

Fabrizio Piva

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Parafrasando un classico western, Sfida all’O.K. Corral, il biologico in questi ultimi mesi è destinato ad affrontare molte sfide. Di alcune abbiamo già scritto nelle scorse settimane. Fondamentalmente possiamo raggrupparle in due aree: la prima collegata alle mutate condizioni economiche mondiali determinate da pandemia prima, spinta inflazionistica derivante dai corsi delle materie prime e guerra in Ucraina poi; la seconda, strano a dirsi ma non troppo, da un’attenzione crescente verso la sostenibilità che rischia di “diluire” il messaggio del biologico.

Sul piano economico il PIL del nostro Paese, secondo stime Confindustria, è stato ridimensionato, seppur in area positiva, all’1,9% e all’1,6% rispettivamente per il 2022 ed il 2023; fra le componenti del PIL i consumi delle famiglie si sono ridotti ed incidono, per i medesimi anni, per l’1,7% ed il 2,1%. Secondo un’analisi condotta da Nomisma, il conflitto russo-ucraino preoccupa i consumatori per il 41%, il rimanente 43% delle preoccupazioni derivano dalle varie spinte inflazionistiche, di cui la maggiore è il caro bollette con il 13%. Tali sono le preoccupazioni che generano paura e conseguentemente incertezza: infatti il clima di fiducia dei consumatori è crollato nel marzo di quest’anno al valore indice di 101, valore di marzo 2020 caratterizzato dal Covid, quando nel gennaio di quest’anno aveva raggiunto 130. Il clima di fiducia verso il futuro ha toccato quota 94, un valore così basso mai raggiunto neppure durante il peggior periodo Covid.

L’inflazione ha superato l’8% sul precedente anno e il 77% dei consumatori ha dichiarato di dover modificare le proprie abitudini di acquisto di fatto riducendo la spesa sui prodotti eliminando il superfluo ed in taluni casi (11%) riducendo anche la qualità dei prodotti acquistati. Un primo dato derivante da tali difficoltà lo notiamo dai dati elaborati da Nomisma che per il primo quadrimestre 2022 ha censito una domanda interna in alimenti per un valore pari a 22,165 miliardi di euro (+1,4% rispetto all’analogo precedente periodo) e per il biologico a 620 milioni di euro, in calo del 2,2%. Sembra che le difficoltà economiche stiano incidendo anche sui cosiddetti consumatori “alto spendenti”, nonostante il saldo fra chi ha aumentato e diminuito la “spesa bio” sia ancora in area positiva, pari al 18%. Molti consumatori hanno privilegiato il canale dei discount in cui il bio, nel 2021, è cresciuto ma si è ridotto nei canali della DO, Iper+Super e del Libero Servizio.

Sul piano dei “valori” e della sostenibilità provengono altre sfide che rischiano di ridurre l’appeal del biologico nei confronti di un consumatore che nel tempo ha in parte modificato le sue motivazioni di acquisto e, nel contempo, le trova, alcune almeno apparentemente, in prodotti che biologici non sono. Secondo il Survey di Nomisma il consumatore di prodotti biologici ricerca per il 42% garanzie sull’origine, per il  21% sulle caratteristiche del packaging, per il 20% su un prezzo basso o in promozione e per l’8% si fida della marca. In termini di valori, il 25% dei consumatori fa una scelta ispirata alla salubrità collegata all’assenza di residui, il 21% una scelta ambientale (rispetto dell’ambiente, del suolo, etc), il 13% per una maggiore qualità del prodotto ed a seguire le altre motivazioni fra cui maggiori qualità nutrizionali, benessere animale e maggiore bontà organolettica.

Analizzando le motivazioni che ispirano le scelte sostenibili del consumatore, dobbiamo registrare che per il 33% sostenibilità significa processi produttivi più sostenibili, per un altro 33% significa packaging più sostenibile, per il 21% la sostenibilità è collegata all’origine ed alla filiera, per il 9% è etica e sostenibilità sociale e per il rimanente 8% è collegata ad aspetti salutari. Se entriamo nel dettaglio del primo aspetto, collegato ai processi produttivi, per il 72% un prodotto sostenibile viene prodotto facendo attenzione all’ambiente, solo per il 45% è biologico, mentre per il rimanente 11% significa senza antibiotici.

Da ciò si evince come l’allargamento della base dei consumatori necessiti di maggiori informazioni ed il biologico rischi di essere confuso con altri metodi ed altre esigenze. Il biologico, ancor più in un momento di difficoltà economiche, ha bisogno di riaffermare il proprio principio “olistico” i cui effetti vanno ad interessare tutti gli aspetti che incidono positivamente sull’ambiente e sulla sua sostenibilità. Di fronte ad impegni parziali, seppur encomiabili,  in direzione della sostenibilità (residuo zero, difesa del suolo, riduzioni delle emissioni, etc), il biologico deve far leva sul proprio tratto distintivo che è tale da interessare integralmente la maggior parte degli obiettivi sostenibili (Sustainable Development Goals) definiti in sede ONU. Da ciò si evince pure che, come più volte argomentato, il sistema produttivo non può più limitare la propria sfera d’azione alla produzione del biologico ma è tenuto a promuoverlo misurando e dichiarando al mercato i livelli di sostenibilità raggiunti.

Il Piano d’Azione Nazionale dovrà farsi carico di tali obiettivi partendo dalle odierne difficoltà che interessano anche il biologico; occorre stimolare ancor di più la domanda di mercato, mettere in campo un’operazione promozionale sulla sostenibilità del biologico, intervenire sul sistema produttivo affinché le tecniche di processo siano sempre più efficaci e siano facilmente applicabili le modalità di gestione e misurazione della sostenibilità.
Del resto il Piano d’Azione dovrà sostenere la domanda di un modello produttivo che al 2030 dovrà raggiungere il 30% della SAU nazionale e, data la situazione in materia di cambiamenti climatici, non abbiamo alternative.

Fabrizio Piva

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