Novel food e carne coltivata, ecco il profilo del consumatore tipo

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Potrebbe finire sugli scaffali dei supermercati, la carne coltivata, nonostante il governo, ad oggi, abbia dichiarato che non accadrà mai. Ma la ricerca, anche pubblica, prosegue a livello internazionale nell’ottica di considerare questa alternativa – e altri novel food – come possibile soluzione alla riduzione di emissioni di gas, mentre le conseguenze del cambiamento climatico incombono sul pianeta. E c’è chi, come Maria Cecilia Mancini e Federico Antonioli, docenti del dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università degli studi di Parma, ha prodotto uno studio per analizzare la percezione che i consumatori hanno di questa tipologia di nuovi alimenti.

Il ruolo dell’informazione nell’accettazione di novel food da parte del consumatore: il caso della carne coltivata, il titolo dell’articolo uscito su BioLaw Journal – Rivista di BioDiritto (n. 2/2020), il cui presupposto è la necessità, in seno al mondo dell’agroalimentare, di far fronte alla forte richiesta di cibo, proteine in primis, e al contempo rispettare l’ambiente.

“Con il graduale aumento del reddito pro-capite della popolazione dei paesi in via di sviluppo, la FAO prevede che la domanda mondiale di carne aumenterà del 70% circa in quarant’anni. È stato calcolato che la produzione di carne coltivata ridurrebbe nella misura del 98,8% le emissioni di gas ad effetto serra, del 99,7% l’uso del terreno e del 94% l’utilizzo di acqua rispetto alle attuali tecniche di allevamento”, si legge nell’articolo. A partire da questo assunto si snocciolano, quindi, una serie di considerazioni.

“Neofobia” è il nome che scientificamente viene dato all’atteggiamento espresso dai consumatori nei confronti dei nuovi cibi che talvolta rifiutano. Vale anche per la carne coltivata, prodotta in laboratorio a partire da un prelievo da un animale vivo, le cui cellule vengono, appunto, coltivate. Il Regolamento europeo 2015/2283 ha già affrontato il tema dei novel food e del loro ruolo eventuale nell’ottica di affrontare i cambiamenti climatici: in un altro articolo, realizzato da Daniela Martini, Cristian Del Bo’, Patrizia Riso, per la stessa rivista (Legislazione europea e ruolo di EFSA nella valutazione della sicurezza d’uso dei novel foods: principi e prospettive) si spiega bene come questi nuovi alimenti vengano legislativamente autorizzati e verificati da EFSA per gli aspetti legati alla sicurezza alimentare.

Ed è proprio l’ambito della sicurezza una delle preoccupazioni più forti dei consumatori, presi singolarmente. Invece, sul versante della sfera collettiva, si temono di più gli effetti dello sviluppo della produzione di carne coltivata sul settore zootecnico e la solidità delle aziende produttrici. In generale, si apprezza, quindi, il fatto che gli animali siano più tutelati.

Certamente un ruolo cruciale lo gioca l’informazione: quanto più il consumatore è informato su potenzialità, modalità di produzione, livelli nutrizionali e aspetto della carne coltivata, tanto meno ne teme lo sviluppo. Fondamentale, poi, risulta essere la conoscenza dell’impatto ambientale di questo nuovo cibo. Inoltre, ciò che lo studio ha voluto indagare, è la disponibilità delle persone a pagare eventualmente un po’ di più per un prodotto di questo tipo, se accuratamente informate. E la disponibilità può verificarsi, se vengono colmate le richieste di conoscenza.

Per ciò che riguarda, però, il sapore e il gusto della carne coltivata, dall’indagine emerge che il consumatore, in questo caso, più che essere informato, vorrebbe assaggiarla, perché, per questo tipo particolare di cibo, non si accettano facilmente compromessi: deve avere il gusto già noto, insomma.

Altro elemento che influenza la reazione del consumatore è il titolo di studio: più è elevato e maggiormente si tende ad assumere un approccio razionale “e di maggiore disponibilità ai nuovi scenari alimentari rispetto ai consumatori con istruzione inferiore”. Dal punto di vista, invece, generazionale, “l’età risulta essere inversamente correlata a nuove esperienze – si legge – perciò, la preferenza delle persone anziane di mantenere abitudini consolidate si traduce in un atteggiamento cauto nei confronti della carne coltivata”.

Certo è, in sostanza, che l’informazione ha un ruolo nell’atteggiamento di accettazione o meno da parte dei consumatori e, come viene suggerito nell’indagine di Mancini e Anotonioli, si tratta di “un aspetto di cui dovranno tener conto coloro che si occuperanno di comunicazione, sia a livello aziendale sia, eventualmente, nella sfera pubblica, se si decidesse di promuovere la carne coltivata come uno degli scenari da sostenere per indirizzare i consumatori verso un percorso alimentare di sostenibilità”, viene esplicitato nell’articolo. Diventerebbe, cioè, essenziale prevedere una comunicazione personalizzata per raggiungere efficacemente target diversi”. Ciò significa che ad un’eventuale resistenza a questi nuovi cibi si dovrebbe rispondere in maniera mirata ai molteplici gruppi di interesse, che sono portatori di valori – e quindi timori – spesso diversi gli uni dagli altri.

Interessante, tuttavia, sapere che, secondo quanto rilevato da Eurobarometro – i sondaggi di opinione realizzati dal Parlamento Europeo – “gli italiani sono tra i cittadini europei più favorevoli alla carne coltivata come alternativa alla macellazione degli animali”.

Un altro aspetto che emerge dai vari studi riguarda il genere: gli uomini sarebbero più disponibili delle donne a provare cibi realizzati tecnologicamente; diverso se si analizzano i consumatori vegani e vegetariani, già spinti da motivazioni etiche precise, che dimostrano una maggiore familiarità con la carne coltivata: in questo caso la differenza di atteggiamento tra uomini e donne non emerge.

Infine, “complessivamente, il profilo del potenziale consumatore di carne coltivata risulta essere una persona molto giovane (al di sotto dei 25 anni) ed in possesso di un elevato livello di istruzione e di informazioni pregresse sul prodotto”, la conclusione a cui arriva l’indagine di Mancini e Antonioli.

Chiara Affronte

 

Per approfondire l’inchiesta, leggi le puntate precedenti:

  1. Il dilemma dell’agricoltura cellulare e dei cibi coltivati
  2. Se le proteine microbiche fossero una strada verso la sostenibilità ambientale?
  3. Carne coltivata e nuovi cibi, tra ricerca e regolamentazione UE

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