Necessario ripensare il Bio per rendere gli obiettivi UE più vicini

Piva

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Tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo dell’agricoltura biologica, l’ottenimento di prodotti più salubri ed il rispetto delle, spesso irriproducibili, risorse ambientali hanno accolto con grande soddisfazione e sollievo il lancio, nel maggio 2020, della strategia “Farm to Fork”. In piena pandemia da Covid le istituzioni europee lanciarono ambiziosi obiettivi in materia di agricoltura sostenibile fissando, fra gli altri i seguenti obiettivi: il raggiungimento entro il 2030 del 25% della SAU (Superficie Agricola Utilizzata) dell’UE a biologico (oggi intorno al 9%), la riduzione del 50% dei fitofarmaci di sintesi e la riduzione del 20% dell’uso dei fertilizzanti con la contemporanea riduzione di almeno il 50% delle perdite di nutrienti dai terreni frenando così la perdita di fertilità degli stessi.

Gli obiettivi rispondono alla necessità, sempre più importante, di rendere più sostenibile il settore primario, ma a tutt’oggi mancano le misure per produrre di più ed in modo maggiormente etico. Accanto alla sostenibilità ambientale occorre ragionare in termini di autosufficienza e di etica della produzione. Il periodo storico che stiamo vivendo, con una pandemia ed una guerra al centro dell’Europa, ci impone di recuperare l’obiettivo dell’autosufficienza alimentare, paradigma su cui nacque la Politica Agricola Comune (PAC), senza rinunciare agli obiettivi di sostenibilità ambientale e sociale.

Il biologico può avere un ruolo in questo ambito? Sì, non perché l’UE ha fissato l’obiettivo del 25% della SAU al 2030 ma solamente se saprà produrre di più ed in modo economicamente sostenibile, ovvero se saprà perseguire quell’intensificazione sostenibile che gli consentirà di competere nel mercato agroalimentare mondiale. Come abbiamo anticipato nell’ultimo intervento, il biologico da tempo non è più il solo settore “a matrice” sostenibile; basti solo elencare gli indicatori ambientali che ISPRA annualmente censisce per valutare la sostenibilità dei comparti produttivi fra cui l’agricoltura. Le emissioni di ammoniaca dal settore agricolo (dovute a fertilizzanti e zootecnia), che rappresentano il 94,3% del totale nazionale, sono diminuite dal 1990 al 2019 del 25,5%, Le emissioni totali del settore agricolo, pari all’11% del totale nazionale, si sono ridotte nello stesso periodo del 17,3%.

La sfida della produttività, combinata con la salvaguardia ambientale delle risorse naturali, è la sfida di questo periodo. Senza il rispetto delle risorse naturali non sarà possibile avere produzioni in linea con le esigenze di mercato, esigenze sia di tipo qualitativo che quantitativo; i temi, ad esempio, della penuria di acqua per l’irrigazione e gli eventi climatici sempre più estremi mettono a rischio la disponibilità delle materie prime. Per questo è necessario che la strategia “Farm to Fork” accompagni gli obiettivi con misure pratiche volte a raggiungere l’obiettivo della soddisfazione della domanda ed incentivi anche la domanda dei prodotti biologici. Per quest’ultimo comparto è sicuramente necessario produrre di più ed in modo economicamente sostenibile per soddisfare una domanda crescente, ma occorre anche promuovere la domanda stessa onde evitare che una disponibilità immediata di prodotto non trovi collocazione e deprima i prezzi rendendo non economico produrre secondo questo metodo. Occorre, infatti, fare attenzione per evitare che la strategia “Farm to Fork” spinga di fatto su settori produttivi maggiormente sostenibili deprimendo il settore biologico a discapito dell’obiettivo prefissato.

Nell’ambito di tale strategia il biologico deve ricollocarsi sul piano economico perché triplicare nell’arco di meno di un decennio è molto rischioso. Il settore va ripensato sia a livello produttivo, facendo leva su solide basi di ricerca e sperimentazione, sia a livello strutturale, affidandosi ad una logistica impeccabile per raggiungere il consumatore nel minor tempo possibile e salvaguardando la qualità dei prodotti, sia a livello concettuale, superando l’angusto contesto del pionierismo.

Ciò implica attingere al “mercato della conoscenza”, essere pronti ad applicare nuovi metodi di produzione, formare in modo pratico i nuovi agricoltori, non temere la genetica, reintrodurre l’assistenza tecnica nella logica dell’“extension service”, ovvero della traduzione in pratica di ciò che la ricerca ci mette a disposizione e digitalizzare le filiere partendo dall’agricoltura.  Tutto questo va fatto nel modo più efficiente possibile, non tanto perché si deve “vincere” un bando di gara ed agguantare le provvidenze messe a disposizione dallo stesso, ma piuttosto perché è una delle ultime occasioni per rendere maggiormente efficiente il nostro agroalimentare UE ed il biologico in particolare.

Per ultimo, ma non certo per importanza, se vogliamo filiere efficienti, complete, in grado di rendere maggiormente sicuro l’auto-approvvigionamento e la sicurezza alimentare, dobbiamo ragionare di “mercato interno” e non di mercato nazionale; l’UE deve essere il nostro obiettivo.

Fabrizio Piva

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