Il biologico alla prova della sua effettiva maggiore sostenibilità

Fabrizio Piva

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Biologico, produzione integrata, biodinamico, agricoltura sociale, agricoltura simbiotica, agricoltura rigenerativa, agricoltura sostenibile, agricoltura di precisione, agricoltura conservativa, benessere animale, residuo zero, agricoltura carbonica o “carbon farming”: sono solo alcune delle accezioni che in questi ultimi quarant’anni abbiamo conosciuto, alcune un po’ più recenti accanto ad altre un po’ datate.

Ma esiste una chiara delimitazione fra loro che non sia una definizione legale? In realtà, in quest’ultimo decennio, le modalità di produzione ispirate alla sostenibilità hanno permeato tutti i contesti produttivi e quelli che un tempo chiamavamo metodi di produzione. Lo notiamo anche nella polemica che accompagna la legge sul biologico in cui trovano spazio alcune pratiche appartenenti al biodinamico così come molte tecnologie di produzione che possiamo riassumere, ad esempio, nel bio-controllo dei parassiti applicate in molte forme di agricoltura, così come trovano spazio la gestione agronomica dei terreni propria dell’agricoltura conservativa, del biologico e dell’integrato in una logica di conservazione della fertilità “organica”.

L’attenzione degli stakeholders, ed in questi ci mettiamo sia il mercato che la società civile, ha spinto, anche sull’onda delle preoccupazioni per il cambiamento climatico in atto, i policy makers e l’UE in primis a definire politiche orientate al rafforzamento della sostenibilità, sia climatica che sociale anche se con maggiore attenzione verso la prima. Molte pratiche che un tempo erano appannaggio del solo biologico, oggi le troviamo applicate in molti altri modelli ed ecco che il confine fra biologico ed altre modalità di produzione diventa più labile. Qualcuno, in modo a mio giudizio non corretto, potrebbe arguire che il concetto di biologico si stia “diluendo” in altre modalità di produzione agricola. In realtà, l’agricoltura sta cercando di acquisire modalità di produzione sempre più in linea con gli obiettivi di Politica Agraria fissati dall’UE ed ha attinto dall’agricoltura biologica molti spunti tecnici sostenibili.

Non è di oggi la contrapposizione e la competizione fra le differenti forme di agricoltura. Ricordo come all’inizio degli anni ’90 alcuni fra i più retrivi sostenitori del biologico accusassero l’integrato di fare greenwashing e di drenare fondi pubblici, già allora con i PSR, quando invece l’integrato costituì il miglior bacino da cui provenivano le migliori aziende biologiche. In realtà l’integrato costituiva una fase da cui molte aziende biologiche sono transitate ed il biologico ne era il punto d’arrivo. Se il biologico vuole rimanere punto di riferimento della sostenibilità nell’agroalimentare non può “accontentarsi” del riconoscimento comunitario del Reg UE 848/2018 ma deve proseguire nella ricerca di nuove soluzioni sostenibili grazie al miglioramento tecnologico ed all’innovazione. Rimanere punto di riferimento in tale contesto significa attuare processi di produzione efficienti che agendo sul piano tecnico conducano ad un’economicità di processo e ad offrire al mercato prodotti biologici di qualità a costi contenuti e quindi remunerativi. Il raggiungimento del 25% della SAU a livello UE entro il 2030 implica produrre in modo più efficiente, soprattutto dal punto di vista economico in quanto non è pensabile che il biologico possa mantenere gli attuali gap di costo/prezzo rispetto all’analogo convenzionale, se ancora oggi di convenzionale si può parlare.

Il tema odierno, pertanto, non è tanto quello di andare “oltre il biologico” ma di rafforzare il concetto di biologico cercando di dimostrare la sua effettiva maggiore sostenibilità, non solo da un punto di vista ambientale ma anche sul piano economico. Per quest’ultimo aspetto è essenziale migliorare qualitativamente i processi per aumentare la qualità dei prodotti e ridurre gli sprechi lungo le filiere che ancora oggi colpiscono il biologico con quote di prodotto che non raggiungono il mercato in quanto non idonee agli usi stabiliti. Non è tanto un tema di produttività della biomassa (peso/superficie) ma di qualità dei prodotti ottenuti che o non sono idonei o non raggiungono l’utilizzo predefinito in quanto non arrivano alla fase finale in condizioni tali da poter essere trasformati o consumati secondo quanto richiesto.

Fra le varie forme di agricoltura che abbiamo elencato all’inizio, tuttavia, solo il biologico ha raggiunto sul piano semantico il consumatore finale, nonostante molte approssimazioni, poiché gli altri modi di produzione non  sono ad oggi compresi. Anche la stessa produzione integrata, che pre-esisteva al biologico, non è mai stata compresa, complice un termine poco intuitivo, dal consumatore. Le altre terminologie utilizzate hanno più un significato tecnico e non possono essere utilizzate a livello di mercato; le uniche due che hanno avuto un approdo consumeristico sono il biodinamico ed il “residuo zero”. Il biodinamico ricade nel concetto di biologico e ad oggi oltre il 90% del biodinamico è biologico in quanto ottenuto e certificato conformemente alla disciplina comunitaria di quest’ultimo; il “residuo zero” non ha nulla di biologico in quanto appartiene all’agricoltura convenzionale, nulla racconta sulle modalità di ottenimento e sulla sua sostenibilità anche se dichiara al consumatore di avere residui inferiori a 0,01 ppm per sostanza attiva. Una sorta di rassicurazione, tramite la quale cerca di rosicchiare qualche attenzione da parte di un consumatore che di norma si rivolge al biologico e non al convenzionale.

Le differenti forme di agricoltura possono raccontarci molto di più di quanto sembri. Il loro approfondimento può dirci dove l’agricoltura sta procedendo al di là della direzione della sostenibilità oggi statuita dalla Politica Agricola Comune (PAC).

Fabrizio Piva

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