Ma il Kamut è bio? Precisazioni dell’azienda distributrice e di Alce Nero

Kamut

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“Respingiamo ogni accusa sul fatto che il Kamut non sia bio. Le contaminazioni da glifosate e altri pesticidi emerse dalle analisi a campione di alcuni clienti possono avere mille cause che non devono minare assolutamente la credibilità della nostra filiera esclusivamente biologica”. Così esordisce Emanuela Simonetti, direttore scientifico di Kamut Enterprises of Europe, che ha sede a Bologna e che gestisce la commercializzazione del prodotto (la granella del celebre marchio, destinata ai vari clienti, frantoi o pastifici, che realizzano e lavorano la celebre farina) in Italia e Spagna.

L’Italia è il primo importatore di questo prodotto e assorbe anche la metà dei volumi coltivati ogni anno, anche con l’obiettivo di riesportarlo.
“Il problema delle contaminazioni ambientali è un problema globale – precisa Simonetti -. È stato dimostrato che se in un campo vengono applicati dei pesticidi, le relative particelle disperse nell’aria sono in grado di viaggiare per molti chilometri e contaminate altre colture. Attualmente il Kamut oltre che in Canada, nella regione del Saskachewan, viene coltivato anche nel Montana del Nord, negli Stati Uniti ed è noto che la federazione statunitense non ha bandito l’uso di questo tipo di pesticidi per le sue colture estensive”.

Nonostante questo, anche recentemente il brand di pasta premium De Cecco, probabilmente in via precauzionale e senza troppi clamori, ha tolto il claim Bio dalle proprie confezioni di pasta Kamut e, ancor prima, Alce Nero, che commercializzava la pasta Kamut Bio tra le proprie referenze sia di pasta che di frollini, ha interrotto la collaborazione con Kamut Enterprise, in concomitanza con la scoperta delle contaminazioni.

“In realtà – spiega Massimo Monti, ad di Alce Nero – per quel che ci riguarda, si tratta di una semplice coincidenza temporale che non ha nulla a che vedere con i controlli a campione che hanno fatto emergere alcune contaminazioni da pesticidi. Noi abbiamo deciso di puntare a valorizzare le produzioni di grani italiani e la varietà Khorasan, che la Kamut Enterprise vende con il proprio marchio, è libera e sta iniziando ad essere coltivata anche in Italia. Certo, al momento non ci sono grandi  volumi, è una produzione di nicchia. Ma noi abbiamo accettato la perdita di quel giro d’affari derivato dalla produzione nordamericana, che era di qualche milione di euro, inferiore a cinque in ogni caso, per avere adesso un business da qualche centinaio di migliaio di euro per il desiderio di lavorare in una prospettiva made in Italy. Un altro motivo che ci ha portato a distaccarci dalla Kamut, è legato, inoltre, all’alta volatilità dei prezzi imposta dalla stessa Kamut, che non riuscivamo a gestire in nessun modo”.

Una ricerca esclusiva condotta per GreenPlanet, ci ha portato a mettere in luce che, anche nelle regioni del Nordamerica, così come in tutto il globo, le produzioni agricole stanno patendo il cambio climatico, al punto che nel 2016 la Kamut Enterprises, aveva annunciato un drastico calo dei volumi (circa il 20% del prodotto in meno) proprio a causa del clima. E in tutti questi anni non può certo dirsi che il problema del clima impazzito si sia risolto o, più semplicemente, sia migliorato visto che in poco più di un lustro l’aumento della temperatura media del pianeta è stato di 1,5º. Un’enormità, a maggior ragione per l’agricoltura.

Abbiamo chiesto a Kamut Enterprises qualche dato sui volumi in commercio, con la possibilità di avere un dettaglio sui trend degli ultimi cinque anni e così ci hanno risposto dal quartier generale: “La produzione varia di anno in anno, ma negli ultimi 5 anni abbiamo avuto fino a circa 40 mila ettari di produzione per anno. Il nostro obiettivo però non è quello di concentrarci su quanto è grande la produzione, ma piuttosto sulla qualità. Speriamo che lavorando in questo modo, il grano khorasan KAMUT® continuerà ad essere apprezzato e contribuire ad un impatto positivo per il cibo sano e l’agricoltura biologica”.

Si esclude che una volta venduta la granella di Kamut Bio, si possano, anche accidentalmente, creare delle commistioni con altri grani per ‘allungare il brodo’ ed eventualmente rientrare dal prezzo richiesto per questa varietà affermatasi sul mercato grazie al brand mondiale Kamut che ha come obiettivo principale, insieme alla filiera di qualità controllata con almeno due audit per ogni step, anche quello di remunerare equamente gli agricoltori?
“È un’ipotesi che escludiamo a priori – risponde Emanuela Simonetti – perché grazie ai nostri controlli, che nella fase di commercializzazione finale sono affidati alle dichiarazioni dei nostri clienti, risulta sempre una concordanza tra i volumi di granella venduta dalla Kamut e quelli dei derivati presenti in commercio”.
Sul tema delle liquidazioni ai produttori abbiamo chiesto alla Kamut, quali fossero i dati delle ultime campagne. E così ci ha risposto: “Per noi è fondamentale che i nostri produttori abbiano sempre un prezzo equo e per tale intendiamo che venga garantita una cifra che permetta loro di essere non solo sostenibili, ma di avere successo e di poter investire nella salute a lungo termine della loro azienda e delle loro operazioni, per una produzione di migliore qualità e una terra più sana. Il prezzo effettivo pagato varia di anno in anno, ma è al di sopra dei normali prezzi di mercato, anche tra le colture biologiche, dato che il grano khorasan KAMUT® è a bassa resa”.

Va precisato che, una volta venduta la granella ai clienti, gli audit della Kamut continuano e sono anche frequenti, anche nei negozi e si basano sulle dichiarazioni effettuate dai clienti siano essi mulini, pastifici o retailer.

Mariangela Latella

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