Il modello produttivo del riso bio Cavalieri d’Italia alla conquista dell’UE

Riso Bio Cavalieri d'Italia

Condividi su:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn

Il progetto di Neorurale Hub va oltre il biologico e affronta direttamente l’impoverimento dei suoli causato dalle colture intensive che hanno inaridito la pianura. Lo fa con un modello di rinaturalizzazione che, sviluppato inizialmente su un terreno di 400 ettari di risaie ed arrivato adesso a mille, gli è valso, nel 2019, il titolo di sito FAI, Fondo Ambiente Italiano.

Adesso, anche con la produzione di riso Biologico, punta a conquistare i mercati di export europei come Svizzera, Austria e Germania (mentre è già presente sul mercato francese) usando il marchio Cavalieri d’Italia che più che un marchio è la promozione di un nuovo modello produttivo che restituisce al territorio quello che le colture intensive, per oltre un settantennio, hanno tolto.

“Anche se l’azienda Neorurale esiste da un ventennio – spiega Vincenzo Della Monica, responsabile marketing del settore risicolo del gruppo – Neorurale Hub nasce nel 2018 come conclusione di un progetto ventennale dei due fondatori Piero Manzoni e Giuseppe Natta, i quali hanno deciso di provare a riportare indietro nel tempo, ossia alle condizioni ambientali preesistenti alle coltivazioni intensive, 400 ettari dei 1.700 di proprietà. Hanno piantato due milioni di piante e alberi autoctoni spariti con l’agricoltura selvaggia per recuperare al massimo la Biodiversità, che, peraltro, è una delle strategie europee del New Green Deal. In poco tempo sono ricomparse tutte le specie di uccelli migratori e stanziali, un tempo tipici di queste zone palustri. In soli venti anni, la ricostituzione del paesaggio agrario preesistente alle colture intensive ha fatto aumentare la Biodiversità del 170%. In pratica è come se la ‘salute’ di quel lotto di terra fosse tornata indietro di mille anni. Abbiamo registrato un netto abbattimento dell’uso degli insetticidi e un aumento della fertilità dei suoli del 153%”.

Se si osserva attraverso una banale zoommata su Google map, quei 400 ettari rinaturalizzati sembrano un fazzoletto verde in mezzo al deserto che è diventato la pianura Padana dopo almeno 70 anni di coltivazione intensiva.
E in tutto questo si consideri anche lo strano scherzo del destino che vuole che Giuseppe Natta sia figlio del premio Nobel per la chimica Giulio che, nel 1963, vinse l’illustre riconoscimento svedese per le scoperte nel campo della chimica e della tecnologia dei polimeri legate alla produzione di polipropilene isotattico.

“Dopo avere verificato empiricamente gli effetti benefici di questo modello produttivo – precisa Della Monica – abbiamo deciso di applicarlo alla coltivazione quotidiana. Abbiamo calcolato che è sufficiente rinaturalizzare solo il 10% dei campi di riso per ottenere gli stessi vantaggi su tutto il resto della coltivazione. Oggi, i terreni rinaturalizzati di sola proprietà del gruppo rappresentano mille ettari che producono circa duemila tonnellate di riso. Ma ad essi si aggiungono anche quelli di altri agricoltori convinti di questa buona pratica”.

Il riso così prodotto, se coltivato in maniera convenzionale ossia in lotta integrata, si colloca sul mercato in un segmento premium con prezzi che oscillano tra i 4,90 e i 6,90 euro. “La versione Biologica – afferma Della Monica – spunta prezzi ancora maggiori anche se non si riesce a raggiungere gli stessi risultati in termini di produttività. Per il momento coltiviamo il riso Bio su venti ettari, ma abbiamo un piano di sviluppo dell’export con cui puntiamo anche ad affermare il marchio Cavalieri d’Italia come modello produttivo”.

Peraltro il nome del marchio deriva da uno degli uccelli che erano spariti dall’area, ritornato a nidificare dopo intervento di rinaturalizzazione. Un sogno realizzato al punto che il gingle di attesa al telefono del gruppo Neorurale Hub è proprio un fantastico canto di alcuni cavalieri d’Italia, registrato dal vivo che fa tuffare direttamente, anche solo con l’udito, dentro l’Oasi naturalistica.
“Il nostro mercato – specifica Della Monica – è ancora una nicchia. In Italia lavoriamo soprattutto con l’e-commerce perché per il momento abbiamo deciso di non usare intermediari, ma nei nostri progetti di sviluppo saranno delle figure fondamentali per aggredire il mercato. I piani di export legati al Bio, che oggi viene venduto all’estero, soprattutto in Francia, prevedono di espandere la quota del nostro brand e portarlo avanti, più che come marchio in sé, come un vero e proprio modello produttivo in grado di ridare vita ai paesaggi troppo sfruttati e aiutare, in maniera naturale, a produrre meglio. In questo contesto, l’ostacolo principale è la cultura reazionaria legata alla produzione di questa commodity”.

Produzione mondiale di riso bio

Qualche dato. Per quanto riguarda la produzione mondiale di riso coltivato seguendo il metodo biologico le statistiche del Research Institute of Organic Agriculture (FIBL) stimano una superficie investita circa 1 milione di ettari che rappresentano lo 0,7% dell’intera superficie mondiale a riso. La crescita del comparto è costante soprattutto, durante il periodo Covid con la domanda sempre più orientata su prodotti sani e rassicuranti e, non certo da ultimo, per le quotazioni che possono anche arrivare a 12 euro al kg.  
La domanda è così cresciuta che oggi c’è uno squilibrio di mercato con un’offerta inferiore alla richiesta. Questo presta il fianco a speculazioni che, peraltro, sono anche state oggetto di un’inchiesta di Report sotto la direzione di Milena Gabanelli.
Il 91% della superficie risicola biologica è localizzata in Asia, di cui 332 mila ettari in Cina che rappresenta da sola quasi 2/3 dell’intera superficie mondiale, seguono Thailandia con 67 mila ettari (con un incremento negli ultimi 10 anni da 17 mila ettari agli attuali 67 mila), l’Indonesia con quasi 54 mila ettari, il Pakistan con circa 31 mila ettari, la Cambogia con poco meno di 20 mila ettari.
In Europa si coltivano circa 30mila ettari di riso Bio (trend di aumento) la maggior parte dei quali, circa 20mila, in Italia nelle province di Novara, Pavia, Varese, Vercelli, Mantova e in alcune aree delle regioni Veneto e Sardegna.
L’incremento delle superfici Bio non risulta omogeneo in UE: tra il 2014 e il 2019 l’incremento in Grecia è stato di oltre il 300%; in Francia la superficie è quasi duplicata, mentre la superficie risicola biologica in Italia è aumentata del 64%.

In termini di quantità, EUROSTAT riporta che nel 2019 a livello comunitario sono state prodotte e censite circa 30.000 tonnellate di riso biologico, proveniente da Romania (9.300 t), Spagna (6.000 t), Grecia (9.000 t) e Ungheria (2.300 t) ma l’andamento delle produzioni negli ultimi cinque anni è molto variabile, in relazione sia alle condizioni climatiche sia all’andamento del mercato globale.
L’UE è tradizionalmente un importatore netto e le importazioni negli ultimi tre anni sono aumentate.
Nel 2018 la quantità di riso biologico importato in EU da Paesi terzi è stata 216 mila tonnellate, scesa a 71 mila nel 2019 a causa principalmente dell’assenza di importazioni dagli Stati Uniti, che nel 2018 rappresentavano il 70 % dei flussi in ingresso. Il Pakistan e l’India sono attualmente i principali Paesi di origine del riso biologico importato assicurando, rispettivamente, il 36% e il 25% del totale delle importazioni italiane, segue la Thailandia che pesa quasi il 15% sul totale del prodotto importato.

Mariangela Latella

Seguici sui social




Notizie da GreenPlanet

news correlate

Vermi marini per esche e mangimi bio

L’Hediste diversicolor è una specie di verme marino autoctona del Mediterraneo e tradizionalmente commercializzato come esca per la pesca sportiva. Di recente ha conquistato l’attenzione

INSERISCI IL TUO INDIRIZZO EMAIL E RESTA AGGIORNATO CON LE ULTIME NOVITÀ