Consorzio il Biologico: calano le vendite di bio, ma il settore non è più una nicchia

Convegno Consorzio Il Biologico

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In calo le vendite del settore biologico italiano. Stiamo perdendo terreno sia sul mercato nazionale che su quello internazionale. In compenso, però, cresce la dimensione del settore e si affranca dal concetto di nicchia di mercato dimostrando che esistono molte potenzialità ed opportunità di crescita che vanno colte. Tra queste, la crescita dei negozi specializzati e dell’e-commerce, sul mercato domestico, che sono canali che potrebbero offrire una sponda per permettere al bio di ricominciare a correre sul mercato. Sul mercato internazionale invece, si aprono importanti opportunità per il made in Italy del bio soprattutto nei Paesi dell’Emisfero Nord cosiddetti Nordics. Nel ranking dei top 10 mercati interessati ai prodotti italiani certificati, infatti, c’è al primo posto la Germania seguita da Scandinavia, Francia, Giappone, USA, Canada, Benelux, Cina, Regno Unito ed Europa dell’Est.

È quanto è emerso nel corso del convegno La filiera del biologico: numeri, sfide e sostenibilità, organizzato dal Consorzio il Biologico in occasione dell’ultima assemblea dei soci tenutasi la scorsa settimana a Bologna.

Secondo i dati presentati da Silvia Zucconi, responsabile marketing intelligence di Nomisma, in Europa, più della metà dei terreni biologici è concentrata in quattro Paesi: Francia, Spagna, Italia e Germania. L’Italia vanta la più alta percentuale di superfici bio sul totale europeo la cui media si assesta al 9,2% contro l’1,6% a livello mondiale. Ha il 16% della SAU contro il 10% di Germania e Spagna e il 9% della Francia e detiene il primato europeo per numero di aziende biologiche (71.590).

“Oggi il giro d’affari mondiale del biologico – ha detto Zucconi – vale 120,6 miliardi di euro. Di questi, oltre un quarto viene generato dalle produzioni europee con un fatturato nell’Unione di 44,4 miliardi di euro a cui l’Italia contribuisce con 3,9 miliardi di euro, pari al 3% del mercato mondiale del bio, contro la quota del 12% della Germania e dell’11% della Francia”.

Questo significa che nel nostro Paese, il giro di affari, e quindi i consumi, rimangono ancora bassi rispetto ai Paesi più orientati ad acquisti consapevoli e di prodotto certificato.

Di più, l’andamento delle vendite dei prodotti bio negli iper e supermercati, dall’anno scorso, in Italia, sta registrando dati di decrescita che, a marzo di quest’anno, si è assestata al -3,1% sullo stesso periodo dell’anno precedente.
Sono i prodotti più alto-vendenti che registrano le principali riduzioni dello scontrino nel periodo 2020-2021. Come le uova, ad esempio, che generano un fatturato di oltre 100 milioni di euro, di cui quasi il 20% di prodotto bio, con acquisti in calo del 7,2%; le confetture (78,3 milioni di fatturato di cui l’83,4% bio, in calo del 3,6%); la pasta secca di semola (39,3 milioni di business, di cui il 5,5% bio, che decresce del 3,2%); l’olio extra vergine di oliva (36,2 milioni di euro di cui il 6,5% bio, in calo del 4,2%); la frutta secca (34,9 milioni di fatturato, di cui il 7% bio, che perde 4,3 punti percentuali) e gli yogurt ai gusti (29,6 milioni di euro di giro d’affari, di cui il 6,6% bio, in calo del 2,3%).
Per contro tra i prodotti bio in crescita emergono le gallette di riso (fatturato: 76,7 milioni di euro che crescono del 13,4%); i cereali per la prima colazione (35,9 milioni di fatturato che crescono dell’11,6%) e le creme alimentari spalmabili (19,3 milioni di giro d’affari in crescita dell’11,3%). In un certo senso si tratta di una corsa che potrebbe anche mutare i posizionamenti nel ranking dei prodotti agroalimentari per i quali il bio ha un peso maggiore, che ad oggi sono le confetture, le gallette di riso, le bevande alla soia e i cereali per la prima colazione.

Tra le cause di questa minore spesa di biologico – ha detto Zucconi – pesa innanzi tutto l’inflazione, per il 43% del campione. Impatta anche una certa prudenza agli acquisti legata alla paura delle possibili conseguenze del conflitto russo ucraino (per il 41% degli intervistati), il caro bollette, 13%, il cambio climatico, 11%; l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, l’11%; l’aumento dei prezzi di altri beni e servizi, 10%; il caro benzina, 9% e l’emergenza Covid, 5%. Tutte queste concause hanno fatto scendere l’indice di fiducia dei consumatori, tra marzo 2019 e marzo 2022, da quasi 130 a 94. Ben trentasei punti in meno”.

Di fronte a questa situazione, il 77% delle famiglie cambierà le proprie abitudini alimentari. Ad esempio, concentrando la spesa su prodotti indispensabili (45%); riducendo la spesa pur di non rinunciare alla qualità dei prodotti (21%); riducendo sia spesa che qualità dei prodotti acquistati (11%).
Solo il 22% dei consumatori non cambierà le proprie abitudini alimentari. Di questi, il 7%, perché preferisce indebitarsi ricorrendo a dei finanziamenti piuttosto che rinunciare ai propri standard alimentari.L’Italia è al quattordicesimo posto, sul mercato globale, per numero di acquirenti di bio. Nel Bel Paese il consumo procapite si assesta a 64 euro annui contro i 418,35 della Svizzera; i 383,58 della Danimarca; i 284,6 euro del Lussemburgo; il 253,63 dell’Austria; il 212,32 della Svezia; i 188 euro procapite della Francia e i 180,25 della Germania.
Danimarca, Austria e Svizzera, inoltre, hanno la quota di bio, sul totale del carrello della spesa, più alta di tutti e rispettivamente al 13, 11 e 11%.

Un dato positivo: negli ultimi nove anni, dal 2012 al 2021, è cresciuto, in Italia, il numero di famiglie orientate verso un acquisto consapevole, di ben 10 milioni, dal 13 milioni di del 2012 a 23 milioni del 2022. Questo significa che l’indice di penetrazione che, prima, era del 53% è aumentato di 36 punti percentuali arrivando all’89%.
Gli acquirenti abituali di bio rappresentano più della metà della popolazione. Tra questi il 76% son o vegetariani o, comunque, hanno stili alimentari orientati al salutismo; il 62% è rappresentato da famiglie con figli di età inferiore ai 12 anni; il 59% sono persone con un livello di istruzione elevato, vale a dire laurea o più, e il 57% appartiene alla generazione dei Millenials.

“Importante analizzare i motivi per il primo acquisto di prodotti bio – ha precisato Zucconi -. In questo caso, emerge che i driver sono, innanzitutto, i benefici per la salute, per il 65% del campione;  la curiosità per il 57% e le preoccupazioni per l’ambiente per il 42%. Per contro, tra i macro motivi per cui questi acquisti vengono ripetuti c’è un 39% che si basa su ragioni etiche; un 36% su ragioni legate alla salute e il 16% alle garanzie che i prodotti bio offrono”.

Tra le opportunità da cogliere il fatto che oggi, i consumatori hanno una maggiore attenzione ai temi della sostenibilità; sugli scaffali gli assortimenti bio si approfondiscono anche con differenziazioni sulla segmentazione dei prezzi; e, inoltre, è previsto un aumento dei consumi fuori casa.

“Per cogliere queste opportunità servirà – chiosa Zucconi – fornire maggiori informazioni sui prodotti anche per scongiurare confusione tra i marchi esistenti e porre attenzione al rischio di cambiamenti strutturali degli acquisti a causa di questa situazione di incertezza. Un’altra sfida da non sottovalutare è la concorrenza di altri segmenti di prodotti che, come il Bio, si collocano nel paniere del benessere e del salutismo”.

Mariangela Latella

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