‘Report’ poco aggiunge sui soliti ‘biofurbi’

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Dalla puntata di ‘Report’ andata in onda ieri sera, domenica 14 dicembre, su Rai3 e dedicata ai ‘Biofurbi’ ci saremmo aspettati qualcosa di più. L’inchiesta ha affrontato due temi: il riso biologico, con il caso della produzione in provincia di Vercelli, e i cosmetici naturali o ecologici. Soprattutto sul secondo tema la trasmissione è apparsa piuttosto generica e non ha aggiunto nulla a quanto non solo gli addetti ai lavori ma anche i consumatori più attenti ben sanno.

Per quanto riguarda il riso, comunque, sono emersi alcuni dati interessanti. Ad esempio, come hanno affermato durante la trasmissione i titolari della ditta Stocchi, il dato che il risparmio sugli antiparassitari chimici, che le ditte di produzione convenzionale adottano in quantità significative, permette ad un’azienda di riso biologico di ridurre tanto sensibilmente i costi da compensare la ridotta resa per ettaro (35 quintali bio contro i circa 65 quintali convenzionali) con l’azzeramento appunto dei costi per la chimica e poi con il prezzo di vendita del bio, molto più remunerativo di quello del riso convenzionale.

Le aziende di produzione di quest’ultimo, in provincia di Vercelli, sono in gravi difficoltà a causa della concorrenza dei risi di importazione, provenienti in particolare dalla Cambogia, che arrivano in Italia a dazio zero e un prezzo di 25 centesimi al chilo contro un costo medio di produzione di un chilo di riso italiano – secondo Report – di 35 centesimi. Produrre biologico è diventata così, in provincia di Vercelli, quasi una scelta obbligata e questo ha innescato il fenomeno dei ‘biofurbi’.

Chi sarebbero costoro? Produttori che fanno produzioni miste convenzionale-bio senza distinguere troppo tra le due produzioni o che fanno solo produzione convenzionale facendola passare per bio contando sulla possibilità di aggirare i controlli e sul residuo zero del riso a fine lavorazione.

Il dato di cronaca da cui è partito Report è una denuncia dei giovani agricoltori della Confagricoltura di Vercelli contro il bio-facile di alcuni loro colleghi che, in sostanza, fanno a tutti gli altri concorrenza sleale.

Su 149 aziende risicole di Vercelli solo 12 fanno solo bio e di queste solo tre ricevono il contributo europeo per chi produce biologico, ma molte si sono certificate o si stanno facendo certificare dopo aver convertito solo una piccola parte dei loro terreni dal convenzionale al biologico ed è tra queste aziende che si nasconderebbe ‘l’inganno’.

La parte della trasmissione dedicata alla cosmesi naturale non ha riservato sorprese. Sono noti i casi di alcune aziende che, nella loro ragione sociale o nei loro marchi, usano termini come bio, naturale, ecologico che poco o niente hanno a che fare con il contenuto dei loro prodotti.

Con una espressione alla moda potremmo dire che nella cosmesi ci sono aziende che fanno ‘bio-sounding’: e questo è assolutamente vero. In tutto il comparto della cosmesi naturale è tuttavia in corso un’importante conversione al naturale vero e alla certificazione biologica e di questo la trasmissione non ha dato conto se non attraverso alcune dichiarazioni, troppo sintetiche per la comprensione del tema, di certificatori importanti come Fabrizio Piva del CCPB e di Alessandro Pulga di ICEA.

Sulla trasmissione è stato emesso un lungo comunicato di Federbio di cui riportiamo una sintesi a parte (qui il link). (a.f.)

©GreenPlanet.net

 

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