Prodotti a base vegetale. La loro salubrità è tutta da verificare

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Prodotto a base vegetale non vuol dire necessariamente prodotto sano. Il binomio non è automatico. Lo rivela una nota dell’Accademia dei Georgofili a seguito di un’interrogazione parlamentare su questo tema.
Abbiamo chiesto approfondimenti in merito a Roberto Pinton, esperto di bio, in un’intervista esclusiva per GreenPlanet.

– Perché quando si parla di prodotti a base vegetale non significa parlare automaticamente di prodotti sani?
“Perché alle volte per ottenere da un prodotto di natura vegetale, con caratteristiche che lo avvicinino, per consistenza, sapore o aspetto esteriore, all’equivalente di origine animale, si può usare una serie di additivi che hanno la sola funzione di mettere una pezza ad un prodotto che non esisteva in natura e nascondere gli sforzi industriali per realizzarlo”.

– Come fa il consumatore che cerca di alternative alla carne ad orientarsi nella scelta di prodotti che siano oltre che a base vegetale anche sani?
“Per chi cerca alternative alla carne, ma anche per gli altri, serve innanzitutto un grande lavoro di educazione alimentare, che dovrebbe cominciare nelle scuole, è fondamentale per diventare consumatori consapevoli e per imparare a leggere le etichette anche se quelle che abbiamo oggi sono un po’ sorpassate”.

– In che senso?
“Oggi in etichetta riguardo ai nutrienti, è obbligatorio indicarne solo sette ossia il valore energetico (calorie e kJoule), i grassi, gli acidi grassi saturi, i carboidrati, gli zuccheri, le proteine e il sale e, facoltativamente, l’apporto di fibre. Tutto il resto rimane fuori dall’etichetta nutrizionale e non è desumibile dalla lista generica degli ingredienti”.

– Un po’ complesso perfino per gli addetti ai lavori, figuriamoci per il consumatore medio. Come orientarsi?
“La regola della dieta mediterranea o le raccomandazioni di mangiare almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno o le indicazioni dell’OMS e della Commissione UE di ridurre l’apporto nutrizionale di alimenti di origine animale dovrebbero fare da guida, ma l’educazione alimentare è imprescindibile”.

– Una regola di base da seguire?
“Più materia prima e meno additivi anche se l’eccesso di semplificazione poi può portare a dibattiti accesi come quello sull’etichetta Nutriscore, applicata in diversi Paesi europei e benedetta dalle associazioni europei dei consumatori, ma invisa a parte del mondo della produzione, che semplifica con l’applicazione di un bollino verde, giallo o rosso, la salubrità degli alimenti proposti. Una modalità che tende a sfilacciare i contenuti dell’etichetta”.

– In questo caso, la valutazione complessiva della salubrità del prodotto non viene effettuata consapevolmente dal consumatore ma a monte. 
“Vero. Dal punto di vista di lavoro sulla consapevolezza alimentare è più funzionale l’etichetta internazionale NOVA, proposta da FAO e OMS, già applicata in Brasileche suddivide gli alimenti in quattro grandi gruppi, da quelli (più preferibili) non trasformati o minimamente trasformati a quelli ultra-processati, molto sofisticati e ricchi di additivi. Questo in Europa non accade al punto che, talvolta, gli hamburger vegetali o i cosiddetti salumi vegetali, dei reparti convenzionali, hanno una sfilza di ingredienti che evidenzia trattarsi più di un’operazione di marketing che salutista”.

Anvisa (l’Agenzia Brasiliana per i controlli in materia sanitaria) ha approvato l’8 ottobre 2020 una decisione a mezzo della quale ha stabilito ulteriori requisiti per l’etichettatura degli alimenti preconfenzionati, fatte salve specifiche deroghe contenute nella decisione stessa. Nel 2019, il valore del mercato degli alimenti a base vegetale, solo negli Stati Uniti, è stato pari a quasi 5 miliardi  di  dollari,  con  il  40,5%  delle  vendite  nella  categoria  latte,  e  il  18,9% nella  categoria  prodotti  a  base  di  carne  vegetale. Ciò ha rappresentato una crescita del valore del mercato pari al 29% dal 2017. 
“Nelle attuali etichette imposte dalle normative UE, che possono essere definite ‘Anni ‘60’ ossia vintage, sussistono dei limiti di indicazione. Ad esempio non può essere inserito l’apporto di colesterolo, non possono spendersi, perché l’EFSA non ha ancora valutato la pur robusta letteratura scientifica al riguardo, l’apporto di polifenoli e altri antiossidanti naturali, nutrienti presenti nella frutta e nella verdura (e in quella biologica in maggior misura) che hanno effetti positivi sulla salute umana. È davvero preoccupante la  proiezione del costo sanitario e sociale che si avrà nel futuro di una società in cui sono diffuse abitudini alimentari sbagliate che, già adesso si traducono in sovrappeso, obesità, diabete, disturbi cardiovascolari e incremento del rischio di alcuni tipi di tumore”.

Mariangela Latella

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