NGT sì o NGT no, per Dinelli il punto è un altro: “Abbiamo bisogno di varietà diverse”

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“Non ho pregiudizi rispetto alle NGT, le New Genomic Techniques, ma sono fermamente convinto del fatto che non sia questa la strada da percorrere per affrontare i problemi che siamo chiamati a contrastare sul piano dell’agricoltura”.

Questo il punto di vista di Giovanni Dinelli, ordinario al dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari all’Università di Bologna, convinto del fatto che “non conoscendo ad oggi gli eventuali effetti collaterali di questi interventi, l’atteggiamento prudenziale che ha sempre tenuto la comunità europea dovrebbe essere mantenuto”.  No, quindi, ad una “liberalizzazione selvaggia” magari spinta da situazioni contingenti, come accade anche sul fronte della crisi energetica ampliata dalla guerra in Ucraina che ha fatto avanzare l’ipotesi di attivare delle centrali a carbone, attacca Dinelli.

“È il modello ad essere sbagliato – puntualizza il professore – e su certi procedimenti è bene avere cautele: se si fa la transgenesi su una cellula, in un laboratorio chiuso, per farle produrre insulina, non si verificano pericoli per l’ambiente, quando tutto viene svolto in sicurezza”. Questo è un aspetto, ma Dinelli insiste soprattutto su un altro punto: “Mi pare che l’obiettivo sia quello di tornare alla linea pura, che non funziona più in una condizione di cambiamento climatico; lo stiamo già osservando con le linee di mais che, da noi, non sono geneticamente modificate, ma sono degli ibridi: di fronte al cambiamento climatico non dimostrano resilienza. Se c’è acqua riescono a produrre anche 12 tonnellate, se è un anno senza acqua producono zero”.

Dinelli, quindi, fa capire perché, al contrario, “abbiamo bisogno di varietà diverse”.  Se si continua a coltivare “con l’idea della linea pura, lavorando campi di mais costituiti da un milione di individui tutti uguali – perché questo è l’ibrido – di fronte ad un cambiamento del clima che potrebbe presentarsi, si corre il rischio che quegli individui muoiano tutti”. Per l’agronomo oggi ci si deve invece concentrare sulle “linee complesse, introdotte ad esempio nel nuovo regolamento sul biologico dove sono stati finalmente inseriti i materiali eterogenei”: “Non è il fenotipo che si adatta all’ambiente – aggiunge -; si è ragionato in questo modo per troppo tempo ma oggi vediamo tutti gli effetti collaterali di questo atteggiamento”.

Oggi gli agricoltori si stanno rendendo conto del fatto che si fatica a trasformare l’ambiente e che il modello che ha funzionato per 60 anni oggi non funziona più. “Faccio qualche esempio – spiega Dinelli -: una volta gli eventi estremi erano molto rari; erano rare piogge da 80 mm in una giornata; oggi può succedere anche una decina di volte all’anno e si tratta di fenomeni che coinvolgono territori estesi”. Ecco: al cospetto di una situazione ambientale radicalmente trasformata, è necessario per l’agronomo ‘spingere’ verso le diversità. “Selezionare tipi nuovi pensando che possano resistere ad un ambiente modificato è inutile perché il clima sta diventando sempre più imprevedibile. Quindi bisogna introdurre la variabilità della risposta”, scandisce. Facevano così anche i Romani, fa sapere Dinelli: “Nei loro campi destinavano sempre un terzo del terreno a farro e il miglio perché, qualunque cosa succedesse, producevano sempre”. Un altro esempio: “Oggi abbiamo perso la produzione della pera e si dà la colpa alla cimice asiatica. Ma il problema non può essere quello dato che in 150 anni di scambi con la Cina cimici asiatiche ne saranno già senz’altro arrivate; il punto è che abbiamo un ambiente talmente degradato che a qualsiasi agenti arrivi dall’esterno non viene più posta resistenza”.

Ecco perché, per Dinelli, quando si fanno modifiche sul genoma, bisogna avere molta attenzione. Anche perché – avverte il professore – “non possiamo fare finta di non sapere che la quasi totalità dei brevetti legati a queste tecniche sono nelle mani delle quattro sorelle, le stesse che producono fertilizzanti”. E le stesse NGT possono essere ‘buone’ o ‘cattive’ a seconda di come le si usa a patto però che la loro sicurezza venga valutata prima di rilasciare le autorizzazioni.

Ma, al di là di questa osservazione, per Dinelli “l’agricoltura del futuro non può passare da quell’idea”. Inoltre, non si può neanche pensare che debba essere l’agricoltura a risolvere problemi enormi come l’urgenza di sfamare una popolazione mondiale in aumento esorbitante, che potrebbe arrivare a 10 miliardi entro il 2030. “Si chiede di aumentare la produzione alimentare mentre si devasta il Pianeta…”, sbotta Dinelli, mentre si sofferma sulle diseguaglianze che caratterizzano la popolazione nel mondo. Se i problemi sono complessi, insomma, “anche le soluzioni devono essere complesse” e, soprattutto, “è necessario avere una visione. Solo allora potrà avere senso parlare e dibattere di tecniche genomiche.

Chiara Affronte

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