New Genomic Techniques, l’UE ne studia l’impatto

NGT

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Fino a qualche tempo fa si chiamavano New Breeding Techniques, oggi si chiamano New Genomic TechniquesNGT – e l’Unione europea sta lavorando per stabilire quali siano, tra le tecniche incluse nelle NGT, quelle che danno origine a organismi geneticamente modificati e quali no.

La Direttiva 2001/18

Il problema, quindi, è sia di sostanza che normativo e va fatto risalire alla Direttiva “madre” – la 2001/18 – che definisce OGM un qualsiasi organismo diverso dall’essere umano il cui genoma è stato modificato in una maniera impossibile da realizzarsi in natura.  Le tecniche sono tante e vanno dalla cisgenesi alla mutagenesi sito diretta. “Ognuna porta ad un prodotto diverso – fa sapere Valeria Giovannelli, ricercatrice di ISPRA, l’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale – quindi ad oggi la Commissione sta cercando di stabilire cosa rientra nella classificazione di OGM come definita dalla Direttiva e quali tecniche portano alla produzione di organismi geneticamente modificati”.

Quindi, se le NGT potranno essere di beneficio anche alla produzione biologica sarà da verificare, caso per caso, quando le osservazioni metteranno chiarezza. Importante per Giovannelli e il collega Giovanni Staiano liberarsi dai pregiudizi e guardare con atteggiamento scientifico le valutazioni che di volta in volta verranno fatte.

Una serie di studi incrociati sono stati già realizzati da vari enti – tra cui anche il Joint research center e l’Efsa – che hanno portato alla pubblicazione da parte della Commissione europea di un impact assessment il cui obiettivo è quello di chiarire dubbi emersi, anche sul fronte del rischio ambientale, ad esempio: tema ovviamente particolarmente caro ad ISPRA, in quanto agenzia per la protezione ambientale, appunto.

Come si legge nella roadmap che la Commissione si è data per l’analisi delle nuove tecniche in biotecnologia, si prosegue con l’obiettivo di “valutare come l’UE possa trarre vantaggio dall’innovazione nel settore alimentare e agricolo mantenendo elevati standard di sicurezza”. Nel 2019 il Consiglio europeo ha chiesto alla Commissione di fornire uno studio sulle nuove tecnologie che è stato pubblicato ad aprile del 2021 (vedi news) ; il Consiglio ha anche chiesto di formulare una proposta in merito che contenesse anche un impact assessment, una valutazione di impatto: i risultati sono attesi per il 2023.

Dalle New Breeding Techniques alle New Genomic Techniques

“La Direttiva 2001/18 ha individuato una serie di tecniche di biologia molecolare che consentono la modifica del patrimonio genetico; nel caso di una pianta, la si può indirizzare a comportarsi in un certo modo, magari per farla diventare più produttiva o forse più capace di resistere agli stress ambientali, alla carenza d’acqua, ad esempio”, spiega Staiano, che aggiunge: “La Direttiva ha elencato tutta una serie di tecniche grazie alle quali si poteva affermare con sicurezza che il risultato di quell’applicazione era un organismo modificato, con tutte le necessarie precauzioni e valutazioni necessarie a stabilire anche il potenziale rischio ambientale”. Ciò che poi è successo è che “le tecniche genomiche si sono evolute e quindi è stato necessario inquadrarle nuovamente per capire qual era effettivamente il risultato finale”. Questo perché – sottolinea ancora Staiano – “non è detto che tutte le nuove tecniche siano ascrivibili all’ingegneria genetica, poiché il loro prodotto potrebbe non essere un organismo geneticamente modificato”. Motivo per cui è necessario “aggiornare anche le procedure di valutazione sia sul piano della sicurezza ambientale che della gestione di questi nuovo prodotti”. Fondamentale, quindi, eseguire tutte le prove necessarie per “verificare che uno specifico prodotto non abbia effetti collaterali o effetti dannosi e che sia, sotto questo punto di vista, quasi simile a quello ‘tradizionale’”.

“Le valutazioni sull’impatto ambientale o su un campo agricolo vengono fatte, per questo motivo, caso per caso – scandisce Giovannelli – e ciò significa che se un prodotto per la resistenza agli erbicidi è stato approvato ed è in commercio, un altro nuovo verrà comunque analizzato e valutato ricominciando da zero perché ogni organismo geneticamente modificato è a sé stante e si può comportare in maniera diversa”.

Nel caso degli organismi ottenuti con le nuove tecniche genetiche “siamo ancora in fase di studio – aggiunge la ricercatrice -; ci stiamo facendo qualche idea, ma non ancora definitiva”. La difficoltà, per ciò che riguarda la produzione con NGT, sta nel “riuscire a distinguere un organismo ottenuto con alcune di queste tecniche dagli organismi tradizionali”.

Il lavoro, dunque, è molto orientato in questa direzione: “Sia la Commissione che gli enti di ricerca a livello di Stati membri stanno operando per cercare di capire come risolvere questo problema perché è intenzione, certamente anche dell’Italia, di mantenere quella che viene definita la tracciabilità dell’etichettatura anche per il prodotto geneticamente modificato che deve essere etichettato e tracciabile in tutti i suoi passaggi”.

Le NGT contemplano anche la produzione bio?

Se  queste nuove tecniche possano costituire una possibilità o meno per la produzione biologica “non possiamo dirlo ancora”, dicono i ricercatori, che, sottolineano, in questa fase, di esprimere pareri personali e non ufficiali di Ispra, proprio perché a conclusioni definitive non si è ancora arrivati.

“Attualmente in Italia non è possibile mettere in commercio un prodotto contenente o costituito da OGM senza etichettatura, che, invece, non è necessaria, nel caso in cui la percentuale di OGM in un prodotto alimentare sia uguale o inferiore allo 0,9% purché tale presenza sia accidentale o tecnicamente inevitabile.”.

La differenza tra OGM e le NGT

Per quanto riguarda la differenza tra OGM e le NGT Giovannelli ribadisce che occorre sempre avere questo atteggiamento perché – ribadisce – alcune tecniche portano a dei “prodotti molto simili a quelli che noi chiamiamo organismi geneticamente modificati – ossia quelli in cui avviene l’inserimento di un gene all’interno del genoma – altre producono delle modifiche puntiformi, altre ancora non producono nessuna modifica perché intervengono a livello di meccanismi di attivazione e trascrizione”.  Ad oggi, per esempio, non sappiamo se le piante prodotte con queste tecniche “potranno contribuire a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità che sono presenti nel Green deal e nella Farm to fork” e avere ricadute favorevoli per il benessere dell’umanità in generale. Forse sì, forse no. Ma – concludono i ricercatori – è opportuno “non crearsi degli spauracchi e guardare, al contrario, con obiettività ai prodotti risultati dalle NGT, mantenendo una posizione di osservazione, senza pregiudizi”.

Chiara Affronte

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