La partita di Bruxelles e i tradizionalisti

ANTONIO-FELICE

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Passano le settimane e i mesi e gli opposti schieramenti si fronteggiano, dando ogni tanto segnali di dialogo, per poi tornare a menarsi fendenti. Ci riferiamo a coloro che vedono come una grande opportunità per l’agricoltura gli obiettivi posti dalla strategia europea From Farm to Fork (cuore agroalimentare del Green Deal lanciato da Bruxelles), e di coloro che, sul fronte opposto, vedono in quegli stessi obiettivi un avvitamento in grado di provocare il crollo della sostenibilità economica dell’agricoltura dell’Unione.

Il biologico è il tema centrale del contendere. Inutile dire da che parte stiamo, ma ci andrebbe qui di chiarire, essendo comunque aperti alla discussione e a cercare di capire le ragioni della controparte, brevemente perché la posizione dei “tradizionalisti”, perché altro non sono, appare meno trasparente di quella degli “innovatori”.

C’è uno scontro sul biologico. Ci può stare. Ma la partita vera è un’altra: è quella tra un’agricoltura che produce cibi che difendono e promuovono la salute dei consumatori e nello stesso è rispettosa dell’ambiente (dentro la quale si muovono il biologico e il biodinamico), e un’agricoltura che ha funzionato per decenni, fatta di meccanizzazione e di molecole chimiche, che ha distribuito cibo forse come mai prima era accaduto all’agricoltura nella storia, ma che alla fine ha impoverito l’ambiente e che più di qualche problema ha contribuito a creare alla salute.

Ora i tradizionalisti fanno finta di non capire che la richiesta di cibo sano, prodotto in un rapporto più armonioso (in certi casi sarebbe giusto dire: meno devastante) con la natura, non è la richiesta di una sparuta minoranza di incompetenti, non è nemmeno la richiesta del solo settore biologico (che oggi ha delle regole ma che domani potrebbe averne di diverse perché non è un dogma), ma è la richiesta della grande maggioranza dei consumatori europei, ivi compresa la grande maggioranza degli europei più istruiti.

Ora, il biologico ha la fortuna di trovarsi all’interno di questo enorme movimento con il quale tutta l’agricoltura si trova e ancora di più si troverà a fare i conti. Ma i più avvertiti e preparati esponenti del biologico, a partire dai suoi imprenditori, sanno benissimo che questa grande corrente potrebbe trascinare con se anche alcuni degli attuali presupposti della produzione biologica.

La sfida del biologico oggi significa capire innanzitutto gli adattamenti necessari per non subìre questa sfida ma per cavalcarla e magari guidarla, cosa che oggi non è scontata. Partendo da questa nostra impostazione di fondo, ci è sembrato davvero stridente, il punto di vista espresso dall’agronomo Alberto Guidorzi nell’intervento pubblicato l’1 maggio scorso su agricoltura.it dal titolo: “I numeri del biologico nel mondo. Un trionfalismo fuori luogo e non giustificato”.

I  numeri del biologico li conosciamo. Crescono ogni anno ma, certo, sono ancora piccoli. Il biologico – riporta Guidorzi – rappresenta “un misero 0,9% di tutte le coltivazioni annuali o arabili del pianeta. I cereali bio sono addirittura solo lo 0,7% di tutte superfici mondiali a cereali (d’altronde un’indagine francese dice che per i 2/3 dei consumatori l’acquisto di pane biologico è occasionale), mentre le oleaginose bio sono lo 0.6% delle superfici mondiali di oleaginose e le piante tessili l’1% (quasi tutto cotone). Nelle piante industriali la fanno da padrone le piante saccarifere (circa 100.000 ettari). Lo zucchero bio ricavato proviene per il 9/10 dalla canna e per 1/10 dalla bietola principalmente in UE (76%) ed Egitto (24%). Ma in Europa sono tutte nicchie di facciata… Verdure e frutti sono solo lo 0,6% delle superfici mondiali di ortaggi, in particolare le fragole bio sono appena l’1,9% di tutta la superficie mondiale di fragole”. E così avanti.

Non contestiamo i numeri. Constatiamo senza trionfalismi, anzi con amarezza, che purtroppo è così. Ma è tempo di cambiare, specie nei Paesi  con grandi superfici agricole, con grandi povertà, dove il problema purtroppo è ancora mangiare e non che cosa si mangia. L’aspettativa di vita (dati 2018) in Italia è di 83 anni, in Cina di 77, in India è di 69, in Nigeria di soli 54. Queste differenze dipendono da tante cose, non ultima l’alimentazione, ma non tanto dalla sua quantità quanto dal livello di sicurezza alimentare che esprime, che il biologico cerca, insieme ad altri mondi, di tutelare come un valore primario.

Antonio Felice

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