Il richiamo delle agricolture ancestrali

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E’ un periodo di viaggi che stimola nuove riflessioni. Una decina di giorni fa chi scrive era in Libano, grazie alla collaborazione avviata da tempo con quella preziosa realtà che è l’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari, preziosa per la crescita consapevole dell’agricoltura nei Paesi che circondano il bacino che è stato teatro di una delle grandi civiltà umane, preziosa anche per lo sviluppo dell’agricoltura biologica che rappresenta un preciso filone di attività di formazione dello stesso IAM Bari.

In Libano il biologico è una realtà consolidata, una realtà evoluta, all’occidentale, con certificatori seri come l’Istituto Mediterraneo di Certificazione (IMC) che vi operano da anni, con una ristorazione biologica per la quale è stato persino realizzata una guida, proprio come si fa, e da poco, da noi.

 

Chi scrive si trova adesso in una realtà molto più lontana, dove il biologico non è un’evoluzione, non è una reazione, non serve a riparare gli errori e i danni della chimica o degli eccessi della chimica, bensì è una realtà ancestrale, è l’agricoltura degli antenati, l’agricoltura di sempre. Mi trovo in Africa Occidentale, attraversando vari Paesi come il Togo e il Benin, dove è il tempo del passaggio dal caldo torrido della stagione asciutta agli eccessi d’umidità della stagione delle piogge. Intere zone agricole sono ancora coltivate in maniera assolutamente tradizionale senza alcun impiego di fitofarmici, rispettando cicli antichi che prevedono l’alternarsi dei raccolti e l’incendio periodico dei terreni che vengono poi lasciati riposare.

La natura è una madre prodiga da queste parti, con una vasta gamma di prodotti tropicali, ma siamo all’anno zero dal punto di vista dell’organizzazione di un’agricoltura che dia valore aggiunto e quindi sviluppo socio-economico. Il km zero da queste parti non ha bisogno di essere spiegato, è la pratica di sempre. In altre zone degli stessi Paesi l’agricoltura delle multinazionali che fa un vasto uso di prodotti chimici sta prendendo piede e ha dietro di sé una forza nei confronti della quale nulla possono i piccoli agricoltori. Ma nemmeno l’agricoltura occidentale trasferita di peso in queste straordinarie e dure realtà distribuisce reddito agli abitanti in modo tale da essere volano di sviluppo.

Dunque siamo al punto in cui è necessario che la cultura che in Occidente sta prendendo piede, la cultura della svolta green, prenda a braccetto le agricolture di questi Paesi prima che errori madornali vengano fatti su scala macro-economica, riproducendo di peso, in un contesto che sarebbe formidabile per avviare una crescita sostenibile, esperienze che da noi sono uscite alla lunga sconfitte. Gli imprenditori del biologico, il movimento del biologico devono accelerare il loro approccio a queste realtà, in un’ottica di cooperazione. Il fair-trade, nelle dimensioni di oggi, è una realtà incapace di diventare vincente su larga scala. Serve qualcosa di più integrale, serve di più.

Antonio Felice

editor@greenplanet. net

 

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