Editoriale del 05.10.2011: Un distretto bio deve pur partire

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Il congresso mondiale sul biologico promosso da IFOAM vicino a Seoul, in Corea, e conclusosi da pochi giorni, ha sottolineato, tra i tanti argomenti affrontati, il tema dei distretti biologici e della rete tra i medesimi. L’idea è molto bella e sembra facile da capire e condividere: in un mondo inquinato, i terreni coltivati con metodo biologico e biodinamico dovrebbero essere all’interno di vaste aree dedicate alle colture bio in modo esclusivo, non potendo entrare in contatto con territori coltivati con OGM e proponendo d’altra parte un modello che confligge anche con le colture convenzionali. Il vero biologico non può resistere in un’isola assediata. Il biologico ha bisogno di crescere su territori vasti in cui ci siano quantità di prodotto e siano possibili economie di scala tali da creare realmente modelli alternativi all’agricoltura convenzionale, ma anche alla distribuzione e al commercio convenzionali.

Ma c’è un solo, vero, operante distretto produttivo territoriale biologico in Italia?

Sono passati più di due anni da quando, il 4 febbraio 2009, la Commissione Agricoltura del Parlamento ha adottato il testo di legge unificato "Nuove disposizioni per lo sviluppo e la competitività della produzione agricola ed agroalimentare con metodo biologico", che al titolo III riporta l’articolo 7 dedicato ai Distretti biologici.

Tra il 2010 e quest’anno, qualcosa si è mosso. In Sicilia il primo incontro con gli attori locali per discutere del Progetto Bioreg, e quindi dell’ipotesi dei distretti biologici nell’isola, è avvenuto venerdì 21 gennaio 2011 nella sede dell’Assessorato Regionale delle Risorse Agricole a Palermo. E’ stata fatta chiarezza sulla normativa ma poco o nulla si è mosso per determinare quale potrebbe essere il primo distretto biologico siciliano.

Qualche passo è stato fatto anche in Campania, nelle Marche e in altre regioni. Sono nate, volute dall’Aiab, alcune associazioni territoriali per favorire e promuovere la nascita di questo o quel distretto: buone intenzioni, poca concretezza. Del resto, sono gli enti pubblici territoriali a dover recepire le istanze del territorio e trasformarle in realtà riconosciute.

La costituzione di un distretto biologico, infatti, si divide in due fasi: la prima, a carico della Regione, permette l’individuazione di aree potenzialmente vocate a distretto biologico, mentre la seconda prevede uno studio di fattibilità da parte degli enti locali promotori del distretto stesso. L’istituzione del distretto prevede la redazione immediata di un “Piano di Distretto” che indichi il soggetto gestore, identificandone la forma giuridica, e chiarisca i ruoli che il Comitato di Distretto intende svolgere. Particolare enfasi deve essere rivolta ad un’analisi che descriva nel modo più dettagliato le caratteristiche economiche, agronomiche ed ambientali dell’area distrettuale nonché i programmi, i piani e le azione già intraprese a livello territoriale. Conseguentemente agli elementi emersi dalla diagnosi territoriale dovranno essere definiti gli obiettivi da raggiungere e, quindi, l’insieme di azioni da mettere in atto per il raggiungimento degli stessi con le relative misure operative ad esse associate. All’amministrazione regionale spetterà il compito di valutare il “Piano di distretto” secondo un duplice livello di approfondimento… eccetera eccetera.

Lo avrete capito, in Italia non c’è niente di semplice. Di fronte alla complessità della normativa, un’iniziativa seria potrebbe essere quella di istituire, grazie alla collaborazione tra gli enti locali territoriali e i rappresentanti del biologico italiano ( a partire quindi da Federbio) un distretto sperimentale che faccia da modello per tutti gli altri. Chiediamo troppo?

Antonio Felice

editor@greenplanet.net

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