Bio VS convenzionale, Frascarelli: “Il bio può insegnare a produrre in modo sostenibile ma deve puntare a rese più alte”

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“Mercato e produzione sono degli imperativi imprescindibili, ma non è più possibile produrre sfruttando l’ambiente come si è fatto fino ad ora, perché poi l’ambiente stesso non potrà più essere produttivo”. È attorno a questo concetto che si sviluppa la riflessione di Angelo Frascarelli, professore associato al dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e ambientali dell’Università di Perugia, presidente di ISMEA, Istituto dei servizi per il mercato agricolo alimentare, che ragiona su come metodo convenzionale e biologico possono finalmente innescare quel dialogo che si auspica da più parti. Entro il 2030 dovrà essere dimezzato l’uso di pesticidi, e dovranno raggiungere il 25% del totale i terreni coltivati in modo biologico; il cambiamento climatico incombe e la guerra tra Russa e Ucraina complica ulteriormente un contesto internazionale molto difficile che non permette di perdere tempo. Ma impone un cambio di rotta e di mentalità, innanzi tutto.

La difficoltà a reperire prodotti come l’urea, a causa della guerra, è uno degli allarmi lanciati nelle scorse settimane dal professor Giovanni Dinelli dell’ateneo bolognese, che ha parlato di “soccorso del biologico al convenzionale”. Mentre Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio, in più occasioni ha parlato di necessità da parte del bio, di fare innovazione tecnologica, con il supporto del convenzionale.

La riflessione di Frascarelli si colloca in una via mediana tra chi crede che la produzione sia eccessiva e la sostenibilità una condizione necessaria per la sopravvivenza futura, e chi continua a produrre violentando l’ambiente: “Il mondo del convenzionale ha imparato molto dall’agricoltura biologica, già da tempo ha adottato pratiche tipicamente utilizzate dal metodo biologico, come è accaduto nell’olivocultura per la lotta alle mosche…”, scandisce il professore, convinto che sotto un certo punto di vista “l’agricoltura biologica sia da considerarsi la più avanzata”. Ma è anche certo che il mondo del biologico debba “imparare che la produttività è un obiettivo ineliminabile”. Il punto, per Frascarelli, è quello delle rese. “Sono ancora basse”. Se c’è qualcosa che il biologico deve imparare dal metodo convenzionale non ha a che fare con l’innovazione tecnologica, ma con la produttività. Infatti, per il professore, se fino ad un anno e mezzo fa si poteva sostenere che nel mondo si sovraproducesse, oggi non è più così: “Non sono pochi i Paesi in sofferenza  a causa del fatto che non arriva più il grano dall’Ucraina”. Hanno, insomma, necessità di importare perché da soli non riescono a sostenersi, anche a causa del cambiamento climatico.

Diverso, invece, se si riflette sui metodi con cui si interviene per produrre in modo sostenibile. Frascarelli porta un altro esempio. “Il metodo convenzionale usa prodotti che possono permettere di ‘salvare’ una produzione se si viene attaccati da infestanti, così come si può aumentare la fertilità di un terreno concimandolo; ma in questo modo si produce una violenza”.

Il biologico, invece, “agisce prevenendo, ed è per questo molto importante essere in possesso di grandi professionalità”. Ciò che, però, spesso accade, per Frascarelli, è che in Italia, tanti coltivatori biologici si concentrino troppo sulla “caccia” ai contributi pubblici: “Non ci si può accontentare di rese basse”, aggiunge. Non solo: “Capita anche spesso che i coltivatori non vendano come biologico un loro prodotto o che lo vendano come commodity, perché si accontentano del sostegno”. Ma – ribadisce Frascarelli – oggi non vale più ciò che poteva essere vero anche solo fino ad un anno e mezzo fa, ovvero che si produca troppo, come sostengono altri: “Era vero, ma adesso l’eccesso non c’è – scandisce Frascarelli – I cambiamenti climatici hanno ridotto la produzione in diverse parti del mondo e quindi è stato necessario un incremento di produzione”.

Ma non è malato un sistema in cui una parte di mondo produce per un’altra parte di mondo? Frascarelli spiega: “Alcuni Paesi, oggi, hanno sofferto della mancanza di grano proveniente da Russa e Ucraina; vale per il Bangladesh, che è un Paese molto popoloso, per l’Indonesia… Senza l’importazione non possono reggere”. Per Frascarelli, la riflessione vale per tanta parte dell’Africa e del Sud-Est asiatico. “Dobbiamo sfamare il mondo”, sostiene il professore, convinto del fatto che la produttività sia un imperativo, e che, tuttavia, l’obiettivo debba essere raggiunto solo contrastando il cambiamento climatico, dato che la siccità è una delle più grandi responsabili della diminuzione della produzione. Quindi “imparando” come si fa dal metodo biologico.

Chiara Affronte

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