Bio-truffe. Succo di mela ‘addizionato’ venduto come bio

Succo di mela bio truffa

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È un’accusa molto grave quella mossa dalla procura di Pisa a due aziende trentine impegnate nella produzione di semilavorati per i succhi di frutta, che hanno visto il sequestro preventivo ssu conti correnti, beni mobili e immobili per un controvalore di 2,9 milioni di euro.

In sostanza, secondo quanto emerso dalle indagini, le due aziende trentine, avrebbero emesso delle fatture in modo da far risultare il prodotto biologico ed europeo quando in realtà era di bassa qualità oltre che di origine serba e quindi extra-comunitaria.

L’operazione fa parte dell’indagine madre del giugno 2019 chiamata “Bad Juice” che, nella prima fase, aveva visto l’emissione di 9 ordinanze di custodia cautelare in carcere e il sequestro di sei società in Trentino, beni mobili e immobili per un valore complessivo di oltre 6.500.000 di euro.

In quell’occasione l’intensa attività investigativa ha permesso di sgominare un sodalizio criminale dedito alla produzione illecita e alla commercializzazione di succo concentrato di mela, sofisticato con acqua e sostanze zuccherine e falsamente dichiarato biologico di origine europea.

Il prodotto, falso succo concentrato di mela, adulterato, sarebbe stato ottenuto da aziende formalmente localizzate in Serbia e in Croazia, ma di fatto gestite direttamente dall’Italia da due fratelli imprenditori pisani, collocati al vertice di un’associazione a delinquere che poteva contare sulla collaborazione attiva dei propri dipendenti e altri soggetti esteri compiacenti, aderendo ciascuno ad un ruolo specifico nell’intera filiera della frode.

Il lavoro degli investigatori avrebbe permesso di dimostrare che i succhi di mela ottenuti in Serbia erano prodotti in modo illecito partendo da frutti non idonei all’alimentazione umana in quanto deteriorati o in avanzato stato di decomposizione, anche per l’elevata presenza di micotossine. Oltre a questo sarebbero anche stati contaminati con prodotti chimici non ammessi in agricoltura biologica come fungicidi, insetticidi ed erbicidi.

Nel corso dell’operazione sono state sequestrate 1.411 tonnellate di prodotto adulterato e falsamente designato “biologico” (succhi, confetture e conserve alimentari) per un valore di quasi 5 milioni di euro.

Le indagini sono poi andate avanti e si è arrivati ora alla seconda fase dell’operazione “Bad Juice”.  L’intensa attività investigativa svolta sempre dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Pisa ora ha consentito di denunciare alla Procura della Repubblica di Pisa anche le due società trentine ( per l’art. 416 c.p., commi 1, 2 e 5 e alle fattispecie ex artt. 8 e 2 del D.Lgs. 74/2000) poiché coinvolte rispetto all’associazione a delinquere composta dagli imprenditori pisani. Sarebbero infatti state emesse fatture false proprio per coprire il traffico di prodotto adulterato proveniente dalla Serbia e commercializzato dalle società pisane. L’obbiettivo, come già detto, era quello di venderlo come se fosse biologico e comunitario quando, invece, era tutt’altro.

Assieme alle fatture false sarebbe poi stata rilevata anche una evasione d’imposta che ha portato, per la frode accertata, ad un sequestro preventivo di soldi e beni immobili per un valore di circa 2,9 milioni di euro.

Soci fittizi per i contributi e frode sulla frutta biologica: concluso con altre due condanne il processo che coinvolse Sft, La Trentina e Valli Trentine 

A distanza di oltre sei anni dal primo blitz condotto dalla Guardia di finanza, il processo per una truffa nel settore delle mele si è chiuso con due condanne. Il giudice Marco Tamburrino ha condannato a 4 anni di reclusione l‘ex direttore della cooperativa Sft di Aldeno Armando Paoli (accusato di truffa e frode in commercio); 3 anni sono andati al mediatore nel settore frutticolo Franco Waldner (che doveva rispondere solo di concorso in truffa). Le pene inflitte dal giudice sono superiori alle richieste del pm Marco Gallina (2 anni e 8 mesi e 2 anni e 2 mesi).

Secondo l’accusa, negli anni 2012 e 2013 sarebbe stato ‘gonfiato’ il quantitativo di mele trattate, grazie al conferimento di frutta da parte di contadini che non erano soci, per superare la soglia minima oltre la quale scattava il contributo. Secondo l’accusa per il periodo luglio 2012-ottobre 2013 gli imputati avrebbero conferito a ‘La Trentina’ prodotti che erano stati indicati come provenienti da soci Sft, ma in realtà arrivavano da soggetti terzi (97mila quintali solo per la stagione agricola 2011-2012). In questo modo sarebbe stato alterato il valore complessivo delle produzioni annue conferite, dunque anche il valore delle mele commercializzate per arrivare alla soglia oltre la quale è previsto l’aiuto dell’Unione Europea. Le Fiamme gialle hanno calcolato contributi indebiti per 91.800 euro per il piano operativo 2012 e 84.300 euro per il 2013.

Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato tra settembre 2013 e settembre 2014 a favore del ‘Consorzio Valli Trentine’: la produzione reale sarebbe stata di 17milioni di euro, a fronte di 20milioni e 124mila euro presentati alla Provincia che avrebbero permesso di ottenere contributi per 925mila euro per il 2014 e per 888mila euro per il 2015. L’accusa di frode in commercio è stata poi per aver conferito attraverso Sft prima in ‘La Trentina’ e successivamente nel ‘Consorzio Valli Trentine’ quantitativi di mele (circa 200mila chili nella stagione 2011-2012 e 1.800 chili nella stagione agricola 2014-2015) indicati come biologici, in realtà arrivati da produttori che secondo la procura sarebbero stati sprovvisti di terreni dedicati a questo tipo di coltura.

Nei guai finirono, oltre agli odierni imputati, altri quattro soggetti: l’allora presidente di La Trentina Mauro Coser (che chiuse patteggiando un anno di reclusione) e tre persone giuridiche (chiamate in causa sulla base del decreto legislativo 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle società): Sft, la Trentina e Valli Trentine che pagarono una sanzione.

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