Un biologico professionale non perde l’anima

Piva

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Il biologico prima di essere un settore economico da oltre 125 miliardi di euro a livello mondiale e più di 8, fra mercato interno ed export, in ambito nazionale, è stato un’esperienza ed un movimento culturale e di consumo nato dal basso. I primi produttori agricoli si sono impegnati per applicare, almeno allora tecniche certamente non “mature”, ma hanno voluto offrire ai primi consumatori desiderosi di naturalità e rispetto delle risorse ambientali i loro prodotti che si ispiravano a tecniche che non prevedono l’uso massiccio della chimica di sintesi ed hanno nell’approccio olistico la loro apoteosi.

Anche i preparatori si sono avvicinati al biologico in modo sparso e del tutto spontaneo per cercare di trasformare le materie prime in modo rispettoso dell’ambiente e della loro composizione di partenza. Così i distributori che alleandosi con i primi hanno cominciato ad aprire i loro piccoli negozi nei centri di città, piccole e grandi, ed in forte anticipo rispetto ai primi distributori, specializzati o non, che si sono affacciati sul mercato alla fine degli anni ’80 ed in modo massiccio solo agli inizi degli anni Duemila.

Ciò per ricordare che il biologico è nato ed è potuto crescere perché le grandi organizzazioni di rappresentanza e la “politica” che queste esprimono si sono distratte e non hanno ritenuto che un movimento così ridotto di dimensioni potesse diventare la punta di diamante dell’ineludibile sostenibilità che dovrà permeare qualsiasi nostro comportamento. Solo in queste condizioni l’UE ha potuto, nel 1991, pubblicare il primo regolamento comunitario dedicato al biologico e di fatto sancire lo sviluppo del settore. Piace ricordare questo perché i princìpi ispiratori da cui partono i biodistretti, cui oggi Greenplanet dedica un webinar, sono proprio questi. E si tratta di princìpi che partono dalle comunità locali investendo non solo i vari attori della filiera ma anche gli enti locali, le associazioni culturali e del terzo settore nonché quelle dedite alla salvaguardia dell’ambiente.

Quale è oggi il contesto in cui il biologico si trova ad operare?
Purtroppo è molto differente rispetto a quello che conoscevamo solo qualche anno fa. Le grandi organizzazioni agricole a vocazione generale se ne sono accorte e hanno fagocitato le istanze e le stesse organizzazioni “storiche” del biologico trasformando il biologico in un “pensiero unico”. Il biologico che perde di distintività e si massifica dentro un coacervo di interessi e visioni che nulla hanno a che fare con il biologico perde “appeal” nel mercato e rischia di non essere percepito come un prodotto, un soggetto, un sistema credibile ai fini di una vera transizione sostenibile. In pochi passaggi si rischia di distruggere la storia e l’impegno che migliaia di persone hanno profuso in almeno 35 anni di attività. Spiace che le organizzazioni “verticali” del biologico abbiano perso di vista il vero interesse del sistema produttivo e stiano diluendo la loro rappresentanza in organizzazioni che fino a pochi anni or sono hanno sempre avversato lo sviluppo del biologico e solo ultimamente (PNRR o “farm to fork” docet?) sembrano essersi convertite.

Tornando alla domanda di prima, qual è il contesto in cui il biologico si muove? In organizzazioni che un giorno avversano la riduzione dei fitofarmaci, 50% entro il 2030, e plaudono al recente voto del Parlamento UE ed il giorno dopo chiedono a gran voce il 25% della SAU bio? A realtà che mescolano il no alla carne coltivata con il biologico e la sostenibilità dimenticando che la carne coltivata non può essere bio e che da almeno 40 anni coltiviamo cellule e tessuti per produrre piante da trapianto (colture meristematiche)? Ad organizzazioni che hanno fatto della farina di insetti un elemento di scontro quando sappiamo bene che si produrranno in modo molto più sostenibile della soia per includerle nei mangimi? E poi per quale motivo non dovremmo lasciare la libertà a nostri concittadini provenienti da culture e Paesi differenti di mangiarsi un insetto arrostito? È sostenibilità sociale questa ed è degna di un’organizzazione che vuole rappresentare le istanze del biologico e della transizione ecologica? Perché in questo Paese il biologico è affetto da “polluzione” normativa? Il solo ultimo D Lgs 148/2023 ed ognuno di quelli precedenti implica decine di DM con conseguenti ed inutili appesantimenti burocratici: per caso giova a quelle organizzazioni che poi producono servizi conseguenti?  Perché dobbiamo avversare la scienza ad ogni piè sospinto quando per anni abbiamo sperato che la scienza rivolgesse sguardi ed impegno alla ricerca di una maggiore sostenibilità?

Chi vuole un biologico professionale e moderno, e che lungo la strada non abbia perso l’anima, non può accettare di essere sospinto nella caverna di Platone ed essere portato a credere che le ombre proiettate sulla stessa siano reali. Non ci piace l’omogeneizzazione politico-culturale proprio perché proveniamo da una cultura “dal basso” e le nostre istanze sono le istanze del cittadino medio che vuole prodotti più salubri e più sostenibili: sono le istanze della “polis”, ma avremo modo di tornare su ognuna delle domande suesposte nei prossimi editoriali.

Fabrizio Piva

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