L’azienda vitivinicola Santa Clelia e l’imprescindibile obiettivo del bio

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Il futuro, per le piccole aziende vitivinicole? È bio, parola di Sergio Dezzutto, titolare dell’azienda Santa Clelia. La loro storia? È quella di un sogno realizzato, all’insegna della purezza del monovarietale. Perché “niente ti lega di più a una terra delle piante con le loro radici” afferma. È il vitigno Erbaluce il cuore pulsante della produzione enologica, totalmete biologica, di quest’azienda di Regione Rossana di Mazzè sul confine dei comuni di Mazzè e Caluso, in provincia di Torino.

Nel Canavese si coltiva Erbaluce da prima della conquista del territorio da parte dei Romani, i quali insediatisi, importarono il loro razionale metodo di coltivazione. L’attuale coltivazione eredita l’impostazione proprio dai romani, valorizzandola: ramificazioni ad almeno un metro da terra e sviluppo dei tralci su una struttura portante a pergola denominata “alteno canavesano”.

La produzione di Santa Clelia, nel cuore delle colline canavesane vitate, si avvale anche di vigne con uve a bacca rossa, barbera, freisa e bonarda, da cui                                                                                             derivano vini rossi della denominazione Canavese D.O.C.

– Come è nata e si è poi sviluppata l’azienda Santa Clelia? 

Santa Clelia è l’azienda che io e la mia compagna Gabriella abbiamo comprato più di 20 anni fa, compiendo una vera e propria scelta di vita, arrivando entrambi da esperienze lavorative e formazioni scolastica totalmente diversi. Scelta di vita e di territorio perché niente ti lega di più a una terra delle piante con le loro radici. La nostra è stata una ricerca di natura, cose vere. L’obiettivo era cercare di offrire una proposta anche “sana”!

– Cosa è possibile trovare nei vostri vini? 

Sicuramente il terroir, parola che oggi è di moda, ma che descrive molto bene i nostri vini, gran parte a base di uva Erbaluce, uva autoctona, che viene coltivata quasi esclusivamente nel nostro territorio. Le nostre sono colline moreniche (a formare l’anfiteatro morenico più grande d’Europa!), con terreno ricco di minerali. Questa mineralità la si ritrova anche nei nostri vini.

– Perché avete scelto di essere anche bio? 

Fin dall’inizio della nostra avventura nel mondo del vino, il biologico ha rappresentato un obiettivo imprescindibile. La conversione è stata realizzata quando abbiamo raggiunto la giusta conoscenza delle tecniche di lavorazione e la collaborazione di un agronomo che condivideva il nostro ideale. “Bio” vuol dire salute, rispetto della natura e della biodiversità.

– Quanto della vostra produzione totale è bio? 

La nostra produzione è interamente biologica certificata. Siamo, inoltre, convinti che il futuro, specialmente per le piccole aziende, sia BIO!

– Tre parole per descrivere la filosofia dell’azienda? 

Faccio mio lo slogan di slow food: “buono pulito e giusto”

– Qual è il vino maggiormente rappresentativo della vostra azienda? 

L’Erbaluce di Caluso. È realizzato solo con uve bianche di Erbaluce nelle tre tipologie: bianco fermo, Spumante Metodo Classico e Passito. Il fatto che si realizzino 3 tipologie di lavorazione è assai raro ed è possibile grazie alle caratteristiche organolettiche del vitigno Erbaluce.

– Cosa vi augurate dal futuro? 

Di continuare a lavorare per un sempre maggior consolidamento sia del mercato sia, in generale, dell’interesse in Italia verso le produzioni bio.

Stefania Tessari

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