Rifondare la certificazione: il documento di UPBio

bio.jpg

Condividi su:

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn

Provocazione o proposta operativa? Questo è l’interrogativo che ci si pone leggendo il documento sulla riforma (meglio: sulla rifondazione) del sistema di certificazione e controllo dei prodotti biologici nel nostro Paese presentato a Roma il 10 ottobre all’assemblea nazionale di UPBio, l’Unione dei produttori biologici e biodinamici aderenti a Federbio. GreenPlanet pubblica il documento in anteprima.

Premessa

Il Sistema di Controllo ha fatto, in un certo senso, la fortuna del biologico perché ha rassicurato tutti gli operatori ed i consumatori su alcuni punti fermi. Oggi il momento è delicato: i consumatori non possono continuare a tollerare l’emergere di scandali e frodi nel mondo del bio, anche se, come si sta accertando, causate da persone che poco hanno a che vedere con il bio. Si rischia che la crescita del bio possa subire una brusca battuta di arresto a danno esclusivo degli operatori onesti.

 

Quello che oggi esiste va valorizzato, compreso il back ground degli OdC. Come UPBIO abbiamo un privilegio: non solo siamo l’Associazione più rappresentativa dei produttori biologici italiani, siamo anche parte importante di Federbio. E la nostra scelta di stare dentro Federbio è quella di valorizzare il contributo di tutte le parti interessate allo sviluppo del biologico italiano.

Nessuna preclusione ci deve essere, nel dibattito, né da parte pubblica e men che meno da parte degli OdC. E’ necessaria una forte autocritica su quanto e come si è proceduto finora.

Perché la certificazione?

Negli ultimi anni, abbiamo assistito ad un progressivo incremento della attenzione del consumatore verso garanzie di qualità, sicurezza o conformità che gli attuali sistemi di controllo riteniamo ad oggi non soddisfano. I recenti scandali ne sono la dimostrazione. La certificazione biologica deve garantire qualità globale, a livello sia di processo sia di prodotto.

Se queste sono quindi le ragioni dell’esistenza del SdC delle produzioni biologiche ne discendono alcune valutazioni:

1) Il controllo e la conseguente certificazione sono un fatto in sé neutrale, non danno maggiore o minore valore al prodotto biologico; il controllo non è un mezzo tecnico in agricoltura che, a seconda del tipo impiegato, può condizionare la qualità del prodotto finale. Il certificato biologico per un prodotto bio equivale alla sicurezza per un prodotto convenzionale che non ci sono residui chimici oltre quelli consentiti dalle leggi, dunque:

a) non ha alcun senso che si dica “questo prodotto è certificato da X o Y” perché chiunque faccia il controllo lo deve fare nel rispetto delle norme di legge, in modo oggettivo, nè meglio, nè peggio di come il controllo deve essere fatto

b) il costo del controllo non può essere a carico dei soli produttori, neppure con un successivo rimborso delle spese, come oggi avviene parzialmente e con pesantissimi ritardi e oneri documentali altissimi e solo in alcune Regioni. Sarebbe come chiedere all’agricoltore convenzionale di pagare le ASL o i NAS o altri organi pubblici che fanno la verifica sui prodotti se contengono residui chimici oltre il consentito.

2) Il controllo biologico è un fatto di interesse pubblico (che coinvolge la salute dei produttori e dei consumatori, cioè di tutta la società), esattamente come il controllo di qualunque altro prodotto alimentare ottenuto nel rispetto delle normative di legge. Non necessariamente dall’affermazione che “il controllo biologico è un fatto di interesse pubblico” discende l’altra affermazione che “il controllo deve essere gestito dall’Ente pubblico”, anche se è possibile e ci ragioneremo.

Come funziona oggi:

· Il proliferare dei diversi regolamenti e standard internazionali che se non aiutano noi, figurarsi il consumatore.

· Vi è mancanza di reciprocità o bilateralità del principio di equivalenza soprattutto a favore di quelle importazioni da Paesi Terzi di prodotti non conformi agli standard EU.

· Disomogeneità sull’attuazione del sistema di certificazione degli stessi Organismi di Controllo in cui la gestione delle non conformità e delle relative sanzioni è difforme tra Stato e Stato

· Insufficiente controllo sulle produzioni provenienti da paesi terzi o persino da altri paesi UE (vedi recente caso frode Romania)

· Difficoltà di collaborazione tra Autorità competenti pubbliche, Organismi di accreditamento e Organismi di certificazione

· Troppi OdC che si fanno la concorrenza, spesso al ribasso economico con conseguente scadimento della qualità del servizio

· Troppa disomogeneità sulle modalità di controllo e sul funzionamento del SdC tra OdC e OdC e tra Regioni e Regioni

Le proposte UPBio

Riteniamo che sia giunto il momento di una rifondazione della certificazione bio.

La eccessiva burocratizzazione mette in ginocchio i produttori. Soprattutto i piccoli che non possono permettersi un addetto per queste attività e quindi costretti ad uscire dal sistema, come dimostrano le ultime statistiche, e che guardano sempre con più interesse a quella “garanzia partecipata”, tanto affascinante quanto pericolosa ed autoreferenziale, a danno degli stessi OdC per i mancanti introiti. E’ necessario fissare criteri specifici e stabilire deroghe per le piccole aziende e pensare ad incentivare i sistemi di certificazione di gruppo. Che senso ha certificare separatamente 100 piccole aziende consorziate che al loro interno hanno dei tecnici preparati che garantiscono lo standard bio.

Dobbiamo ancora per molto continuare ad assistere al proliferare di OdC (l’ultimo il mese scorso) e loro sedi 1 per ogni ente in ogni citta? Che alla fine paghiamo noi, e di conseguenza il consumatore, e quindi il biologico in generale inteso ancora come prodotto di nicchia per gli alti prezzi. Per lo meno in Italia. E a noi piace pensare al biologico come ad un prodotto destinato alla massa dei consumatori. Non sarebbe quindi sufficiente 1 unico ufficio in ogni capoluogo con economie di scala notevoli per gli OdC?

Davvero dobbiamo continuare ad affidarci alla professionalità ed eticità di “controllori” di turno alle prime armi che quando va bene sono tecnici agronomi neolaureati, se non addirittura diplomati al magistrale freschi di corso bio. Occorre molta professionalità per capire se un agricoltore rispetta o meno i disciplinari di produzione, e se questo avviene per una frode deliberata o per mero errore. Certo non lo si può garantire con personale precario e con forte turn over!

Dobbiamo necessariamente pensare ad un ente unico, che certifichi tutti imparzialmente in egual modo con gli stessi standard ed agli stessi costi per tutti.

Per la gestione vediamo due alternative:

a) gestione totalmente pubblica che assorbe il personale degli attuali OdC, previa selezione, formazione, aggiornamento. Per una ipotesi del genere vanno valutate tante cose, certo, ma non ci possiamo scandalizzare di pensarlo, visto che in altri Paesi UE questo avviene. Studiamo come ciò avviene e valutiamo se si può fare anche in Italia; in alternativa avremo

b) gestione “mista” con un Ente Privato convenzionato che unifica gli attuali OdC, ne assorbe il personale ed abbia nei suo organi di gestione la partecipazione del Mipaf e di alcuni rappresentati delle Regioni.

In entrambi i casi il costo dovrebbe rientrare nel bilancio della Pubblica Amministrazione. In alternativa, comunque, la tariffa viene fissata unica sul territorio nazionale per fasce di ampiezza e complessità delle aziende. Naturalmente rimborsabile sui PSR, ma con direttiva nazionale di linea guida “discussa con” e “fatta propria dalle” Regioni e resa obbligatoria in ogni PSR.

Non sappiamo quanto tempo occorrerà ancora per realizzare tutto questo; se ci vorranno anni, forse sarà troppo tardi.

Cosa chiediamo quindi da subito:

al mipaf:

Analisi tecniche-economiche sulla efficienza del sistema di certificazione che consenta periodicamente di valutarne l’efficacia.

Una gestione informatica univoca ch non generi un appesantimento burocratico e un notevole incremento dei costi.

Un forte impegno delle competenti nazionali a lavorare negli accordi internazionali sulla armonizzazione delle norme a livello Internazionale.

Garantire quindi nelle sedi opportune che le regole che valgono in Italia valgano in tutto il mondo, o viceversa. Siamo desiderosi di accettare le sfide internazionali ma su regole certe per tutti. Come operatori non possiamo che avere un sogno: ONE WORLD ONE STANDARD.

Agli Odc

Diminuzione dei controlli burocratico-amministrativi ed incremento di quelli storico-agronomici.

La formazione dei tecnici oggi è fatta dagli stessi OdC, (legittimo visto che si tratta del loro personale) ma ciò significa che i tecnici sono formati sulle differenti modalità di gestione dei diversi OdC e non faranno altro che replicare nel loro operato le diverse modalità di gestione. Proponiamo percorsi di formazione univoci per i vari OdC.

Occorre definire chiare modalità di retribuzione dell’ispettore dell’ Organismo di Certificazione per fugare eventuali possibili risvolti negativi sull’efficacia dell’ispezione.

Un prodotto a “residuo zero” non è necessariamente bio. Per stanare ecofurbi di turno, occorre ampliare le analisi di verifica sull’assenza dei residui anche alla pianta e al terreno oltre che al frutto e specializzare le analisi per verificare la presenza di nutrienti delle piante non di origine organica.

Perseguire sempre più l’inflessibilità del sistema di controllo e certificazione nel caso che non vengano rispettati dei requisiti stabiliti dagli standard.  

Seguici sui social




Notizie da GreenPlanet

news correlate

INSERISCI IL TUO INDIRIZZO EMAIL E RESTA AGGIORNATO CON LE ULTIME NOVITÀ