Pierleoni (CCPB): Necessari specifici accordi di mutua reciprocità con i Paesi Terzi

Davide Pierleoni

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È entrato in vigore il primo gennaio di quest’anno il Regolamento 2021/848 che prevede, tra gli altri, anche l’armonizzazione delle regole applicabili agli operatori biologici degli Stati membri dell’Unione e di paesi terzi tramite l’introduzione del sistema di controllo della conformità (vedi news).
Ad oggi siamo in una fase transitoria, che durerà fino a fine 2023, durante la quale si concretizzerà il passaggio definitivo dal regime di equivalenza, dapprima in uso, a quello di conformità; anche se al momento il Vecchio Continente ha mantenuto l’accordo di equivalenza (solo in entrata) con una dozzina di Paesi Terzi e quello di reciprocità con gli Stati Uniti.

Un’evoluzione della gestione dei flussi commerciali di materie prime e prodotti bio che, secondo il responsabile Ufficio Commerciale e Marketing del CCPB Davide Pierleoni, potrebbe preludere a “un futuro dalle tinte fosche”.

“Di fatto – spiega Pierleoni a Greenplanet – tra due anni gli esportatori di Paesi Terzi che vorranno continuare ad importare i loro prodotti in Europa dovranno adeguarsi pienamente alle regole comunitarie. Di conseguenza potrebbe rivelarsi molto complicato continuare la loro attività, poiché i nostri standard  sono talvolta molto diversi da quelli in vigore in quei Paesi e, in certi casi, addirittura inapplicabili per via di oggettive diversità legate al contesto agro-socio-economico in cui operano gli agricoltori. Al contrario, il regime di equivalenza prevedeva la possibilità per i Paesi Terzi di non applicare le regole UE in maniera stringente, poiché questo sistema si poneva l’obiettivo di garantire il commercio dei prodotti all’interno di un quadro che ne facilitasse i flussi. Se guardiamo l’aspetto politico, ovvero quello di favorire i produttori di bio UE introducendo barriere all’ingresso, tale provvedimento risponde alle priorità introdotte nella riforma del 2018. Non sto pensando al grano, all’olio o ad altri prodotti reperibili anche interno dell’Unione europea; mi riferisco al caffè, allo zucchero di canna, al cacao o alle banane. Insomma a tutti quei prodotti che in Europa non produciamo. Da una parte, infatti, si lavora per rendere più difficile l’ingresso di cereali di potenziali competitor, dall’altra si contribuisce a complicare le condizioni dei lavoratori agricoli di Paesi produttori, come per esempio i campesinos del Sud America che avranno grandissime difficoltà ad esportare le loro noci dell’Amazzonia biologiche”.

Un cambiamento che, secondo il manager del CCPB, non giustifica in alcun modo una maggior tutela della salute del consumatore europeo.

“È stato un grave errore passare ad un regime di conformità piena. Non è un caso che tale metodo era già previsto dal Regolamento 834 dal 2007, ma non era mai stato messo in atto proprio perché inapplicabile. La politica nel 2018 ha voluto dare un segnale forte, tuttavia in un mondo multilaterale è molto difficile imporre regole uguali per tutti, perché le condizioni di partenza non sono le stesse”.

“È auspicabile – conclude Pierleoni – che a tutto questo si possa ovviare con specifiche intese tra le parti, ovvero grazie a negoziazioni ad hoc tra Unione europea e i singoli Paesi Terzi per la firma di accordi di mutua reciprocità della certificazione bio”.

Una soluzione che si spera possa essere adottata anche per i nostri esportatori del bio Made in Italy. Operare in un regime di equivalenza piena significherebbe aprire ai player nostrani nuovi grandi mercati, finora oltremodo sfidanti perché richiedono certificazioni aggiuntive e, dunque, maggiori oneri burocratici. “Le aziende italiane che vendono all’estero devono possedere tante diverse certificazioni quanti sono i loro mercati di riferimento: è la negazione stessa dell’idea di certificazione in un mondo armonizzato. Ecco perché bisogna lavorare insieme in questa direzione”.

Chiara Brandi

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