Le nuove politiche del Bio in UE: l’intervista esclusiva al DG IFOAM Cuoco

Eduardo Cuoco

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Venti di novità soffiano sul mondo del bio europeo. Mentre si sta attendendo la graduatoria per l’assegnazione dei fondi comunitari per le promozioni nazionali sul bio, entro i prossimi tre anni l’Unione europea, potrebbe chiudere nuovi accordi commerciali per la circolazione del biologico in regime di equivalenza (ossia riconoscendo come equivalenti a quelle UE le legislazioni dei Paesi terzi che vogliono esportare in Europa) e contemporaneamente Bruxelles è arrivata alle fasi finali della discussione per il rinnovo del regolamento sulle statistiche doganali che potrebbe introdurre, finalmente, un codice specifico per le merci biologiche, ad oggi assente.

Ne parliamo con Eduardo Cuoco, direttore generale di Ifoam Organics Europe, in un’intervista esclusiva per Green Planet, concessa a margine dell’ultimo European Organic Congress, tenutosi a Bordeaux due settimane fa (vedi news).

– Cosa è emerso da questo Congresso europeo sul bio?
“È un momento molto particolare in cui al mondo del bio viene richiesto di agire non sono come modello produttivo ma anche come strumento della politica per rendere il sistema agroalimentare più sostenibile. Questo comporta ovviamente delle riflessioni su come raggiungere gli obiettivi che ci sono stati assegnati dall’Europa, tra cui, ad esempio, quello del 25% di superficie bio entro il 2030”.

– Allo stato attuale delle cose, quindi nel momento immediatamente precedente alla fase di scale up, come si evita il rischio di fake bio o di green washing?
“È un rischio che dobbiamo assolutamente evitare. Bisogna che l’agricoltura bio rimanga fedele ai suoi principi fondanti, che rimanga uno strumento per dare fiducia ai consumatori rispetto al cibo che acquistano e consumano”.

– Quali risposte, su questo fronte, sono emerse  nel corso dell’European Organic Congress?
“Beh, un po’ di risposte su questo fronte, le abbiamo avute sicuramente. Il Congresso europeo del biologico ha la fortuna di portare nello stesso luogo più di duecento persone che sono parti di tutta la filiera dell’agricoltura biologica in tanti Paesi europei. A Bordeaux sono stati registrati 290 partecipanti provenienti dai 27 Stati membri europei, più delle rappresentanze dagli USA, UK, Giappone, Sri Lanka e Benin. Questo è un congresso europeo che guarda alle interazioni globali dell’agricoltura biologica ed è un congresso che riunisce tutti i pezzi della filiera, dai produttori di semi ai retailer. Le risposte che sono arrivate convergono innanzitutto sul fatto che bisogna lavorare insieme per strutturare delle catene di produzione che siano resilienti. È importante che il biologico si strutturi bene per affrontare le sfide di una produzione aumentata al 25% e di un mercato che deve crescere. Perché inevitabilmente il mercato dovrà crescere“.

– Gli strumenti, legislativi, di mercato, ecc, per fare questo scale up, ci sono?
“Per quanto riguarda le certificazioni, in Europa c’è un modello già armonizzato e ulteriormente implementato con il nuovo regolamento sul bio, l’848 in vigore dal primo gennaio 2022. Il regolamento, appena aggiornato, è direttamente applicabile nelle legislazioni di tutti gli Stati membri”.

– Come si gestisce la competizione nel mercato delle certificazioni, considerando che gli enti certificatori sono degli enti privati e come tali, rispondo anche alle logiche del mercato?
“In Europa il problema non si pone perché tutti gli Stati rispondono alla stessa norma. Una differenza si pone rispetto ai Paesi terzi nei confronti dei quali, l’Unione adotta due modi diversi nei confronti delle certificazioni di il biologico che viene importato. Il primo è il cosiddetto regime di equivalenza. Ossia, l’Europa riconosce che la legislazione sul bio di alcuni Paesi come, ad esempio, gli Stati Uniti, il Giappone, la Nuova Zelanda, il Cile o la Tunisia, è equivalente a quella europea e quindi non effettua controlli ulteriori sulle partite, sostanzialmente fidandosi degli operatori dello Stato terzo. Poi c’è il regime, definito di ‘compliance’, che significa che la legge europea deve essere applicata tal quale in quei Paesi terzi che vogliono esportare bio in Europa”.

–  A chi spetta la scelta tra la vigenza di un regime di compliance o di equivalenza con gli Stati terzi?
“È una scelta politica. Ad oggi sono tredici i Paesi che operano in un regime di equivalenza per l’export di bio verso l’UE e, alla luce del rinnovamento del regolamento comunitario sul bio, hanno cinque anni di tempo per allineare ad esso le proprie normative. Per tutti gli altri Paesi che operano in regime di ‘compliance’, invece, sono previsti tre anni di tempo, all’entrata in vigore del regolamento 848, per chiudere degli accordi commerciali specifici per il bio con l’Unione europea. Sono molto più complessi rispetto ad un semplice accordo di equivalenza dal momento che i cosiddetti ‘trade agreement’ necessitano dopo l’ok di Bruxelles, della ratifica dei Parlamenti di tutti gli Stati membri”.

– In questo processo di negoziazione che potrebbe svilupparsi nei prossimi tre anni con alcuni dei Paesi che oggi operano in regime di compliance, l’Europa prevede di introdurre anche un codice doganale per i prodotti bio, che ad oggi non c’è, non fosse altro che per non vanificare il rigore imposto alla produzione e al mercato europeo?
Non c’è ancora un codice doganale per il bio. È importante che ci sia ed è stata anche una priorità del governo italiano. Adesso è una priorità europea che verrà discussa con l’aggiornamento del regolamento cosiddetto SAIO, acronimo di Statistics on Agricultural Inputs and Outputs, ossia il regolamento europeo sulle statistiche agricole in generale, attualmente in discussione a Bruxelles e nella fase finale della negoziazione fra Parlamento, Stati membri e Commissione europea. Questo nuovo regolamento potrebbe prevedere che per ogni categoria merceologica convenzionale venga introdotta anche la raccolta di dati per i prodotti bio identificandone uno specifico codice doganale”.

– Potrebbe ma non è detto?
“Non è detto”.

– Da cosa dipende?
“È una scelta politica. Tecnicamente non sarebbe complesso perché si tratterebbe di aggiungere due cifre ai codici doganali e quindi passare da un codice ad otto cifre che è quello che attualmente identifica i prodotti agricoli, ad un codice a dieci cifre che indicherebbe la specificità biologica della partita di merce. È possibile con i sistemi doganali europei vigenti perché ci sono già codici doganali con dieci cifre”.

– Perché non è stato fatto fino ad ora visto che il Green Deal è stato avviato nel 2018?
“Ripeto, questa è una scelta politica ed è anche una scelta di costi della gestione”.

– Quanto costerebbe aggiungere due cifre in più al regolamento SAIO?
“Non saprei, ma due cifre in più, in termini statistici, significano un lavoro esponenzialmente molto maggiore. Credo che i migliori in Italia che possano stimare questo costo, siano i professionisti dell’ISMEA”.

– Che peraltro sta lavorando alla campagna promozionale sul bio che sarà strumento integrante della politica di building demand per le produzioni certificate. A questo proposito, su questa campagna promozionale si giocano partite importanti perché si tratta di strumenti che hanno il potere di spostare la bilancia del settore distributivo dai puristi del bio, ossia dai negozi specializzati che sono molto frammentati, verso il canale generalista della GDO che fa i volumi e che ben potrebbe assorbire l’aumento produttivo del 25% ma che ha logiche completamente diverse da quelle del movimento bio in cui, peraltro, gli specializzati sono parte integrante della filiera. Come commenta questo dato di fatto?
“Partiamo dalle campagne promozionali.  La promozione viene fatta anche grazie ad un regolamento europeo specifico dedicato alla promozione dei prodotti di qualità che è in vigore da tantissimi anni ed, al momento, in fase di revisione da parte del Legislatore europeo. In pratica stiamo lavorando con il vecchio regolamento. La novità è che dal 2020 c’è un budget dedicato all’agricoltura biologica. Mentre prima i progetti di promozione per il biologico rientravano in competizione con tutte le altre merci convenzionali e non, adesso hanno un proprio budget specifico”.

– A quanto ammonta?
“Nel 2020 erano circa 90 milioni di euro per tutta l’Unione, nel 2021 la cifra era simile e per quest’anno l’ammontare è già stato definito, in linea con gli anni passati. Si tratta di fondi che vanno in un sistema competitivo”.

– In che senso?
“Nel senso che le organizzazioni di settore, che sono quelle deputate a sviluppare dei piani promozionali, concorrono con i propri progetti che devono inviare alla Commissione europea che li valuterà e farà delle graduatorie”.

– In Italia come sta andando?
“Il progetto per il 2022, che doveva essere presentato dalle organizzazioni entro lo scorso aprile, è in fase di attesa della graduatoria da parte della Commissione. Nel 2021 ha vinto il progetto di Federbio che porterà i prodotti italiani ad essere promossi in Italia e all’estero dato che prevedeva un accordo di partenariato con Naturland, una delle più grandi associazione di produttori tedeschi di bio. Era, quindi, un progetto a due mani, italo-tedesco”.

– Domanda a secca. Ha senso parlare di IV e un V gamma bio?
“Assolutamente si. Magari senza plastica. Ci stiamo lavorando ma qualcuno c’è già arrivato. Noi abbiamo investito moltissimo negli ultimi anni, come movimento dei biologico europeo, su molecole alternative per il packaging dei prodotti biologici. Ci sono già soluzioni industrializzabili. Il problema in questo momento sono i costi elevati”.

Mariangela Latella
maralate@gmail.com

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