Calabrese (Probios): “Il processo di democratizzazione del bio è naturale”

Renato Calabrese (1)

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Fondata nel 1978 a Firenze, Probios può essere davvero considerata una delle aziende pioniere nel biologico: ha iniziato la produzione senza l’impiego di pesticidi ancora prima che il comparto fosse disciplinato da una norma specifica.

Oggi si è specializzata in prodotti salutistici free from e protein biologici, realizzati con materie prime prevalentemente italiane. Renato Calabrese, amministratore delegato di Probios e consigliere di Assobio, ci racconta le strategie dell’azienda

– Quest’anno avete festeggiato 45 anni di storia. Che bilancio può trarre dalla vostra esperienza?

Probios è nata con l’obiettivo di rendere disponibili a un più ampio numero di persone, alimenti biologici benefici per la salute. Nel tempo per intercettare nuovi trend di consumo e soprattutto per soddisfare i consumatori che avevano esigenze alimentari specifiche, abbiamo cominciato a specializzarci negli alimenti senza glutine, a ridotto contenuto di zucchero, ad alto tasso proteico e, in generale, clean label, con il minimo numero di ingredienti possibile. Oggi siamo il principale player italiano che riesce a coniugare la produzione biologica, con le valenze salutistiche di cui le parlavo, cosa che ci sta premiando da un punto di vista commerciale. Riteniamo che il biologico abbia il compito di preservare la salute dell’ambiente e dei consumatori e di generare una restituzione non solo nei confronti di chi coltiva in biologico, ma di tutto il territorio e della società, perché lo sviluppo dell’alimentazione biologica permette di convertire una maggiore superficie agricola a questa produzione, garantendo una migliore tutela dell’ambiente.La correlazione della salute dell’uomo e dell’ambiente in cui vive è per noi un concetto basilare, che abbiamo ben chiaro da 45 anni.

– In quali canali distribuite i vostri prodotti?

I prodotti Probios sono distribuiti in diversi canali. Nasciamo ovviamente nei negozi specializzati. Erano gli anni iniziali della nostra storia, in cui la distribuzione dei prodotti bio avveniva essenzialmente in questi punti di vendita. Poi ci siamo presentati al canale farmacia, perché cominciava ad esserci una domanda di prodotti senza glutine, che già avevamo in catalogo. Oggi siamo in assoluto l’azienda con il maggior numero di referenze mutuabili con il SSN. Adesso siamo anche nella grande distribuzione organizzata e nell’online, sia attraverso il nostro shop, sia su diversi marketplace, specializzati nel food o generalisti, come Amazon. Circa il 15% del nostro fatturato (nel 2022 Probios ha raggiunto i 26,5 mln di euro) deriva dall’export. Siamo anche nella ristorazione, non direttamente ma attraverso distributori.

– Cosa ne pensa del progressivo ampliamento dei canali di vendita disponibili? C’è ancora spazio, secondo lei, per il dettaglio specializzato?

Il processo di democratizzazione del bio è naturale. Noi lo abbiamo vissuto dall’inizio, quando i prodotti erano venduti solo in negozi specializzati solo per un pubblico ristretto. Oggi fortunatamente il biologico è appannaggio di tante famiglie italiane, che magari consumano anche bio, ma non esclusivamente. In un processo di sviluppo, il prodotto deve essere disponibile ovunque, lo specializzato però non ha perso la sua ragione di esistere e garantisce un’assistenza alla vendita diversa. Un consumatore più consapevole, curioso e desideroso di avere informazioni, difficilmente sarà soddisfatto pienamente dalla grande distribuzione, ma dovrà rivolgersi allo specializzato. Sono esperienze di acquisto molto diverse e questo è il senso di esistere del canale tradizionale.

– È recente il lancio dell’etichetta Positive Food, ne ha sentito parlare? Pensa che sia applicabile anche per i prodotti biologici?

Personalmente sono molto a favore delle operazioni che rendono maggiormente chiaro al consumatore le scelte che compie, ma è importante capire come queste operazioni vengano realizzate. Esiste già una separazione anche normativa tra ciò che deriva da materie prime biologiche e ciò che è convenzionale. D’altro canto, oggi è abbastanza comune riferirsi a materie prime convenzionali con claim come “residuo zero”, “da agricoltura sostenibile” o altro. Queste sono indicazioni che possono creare confusione. Se un’operazione come questa tiene presente la differenza tra biologico e convenzionale, ben venga, altrimenti rischia di alimentare la confusione. Nello specifico di Positive Food, mi sembra che abbia presupposti analitici profondi, però non sono in grado di valutarli fino in fondo.

– Per concludere, quali sono le sue aspettative nei confronti del Piano di Azione Nazionale per il Biologico?

Per quanto abbia avuto modo di seguire in Assobio, è un’iniziativa benvenuta perché pone l’accento sulla produzione biologica e da operatore non posso che accoglierla con piacere. L’aspettativa è che ci sia una presa di posizione forte, per superare gli attuali livelli di consumo. Servono scelte a livello centrale, come introdurre il biologico nelle mense di scuole e ospedali. La scelta europea è chiara: raggiungere il 25% di superficie agricola coltivata a biologico. Se la PAC si orienta verso il metodo biologico, le scelte nazionali devono essere coerenti. Mi stupirei del contrario, come mi sono stupito del dibattito che si è sviluppato quando è stata emanata la legge sul biologico.

Elena Consonni

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