Italia hub internazionale del bio, una sfida non impossibile
Marzo 3, 2020
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Controllare le filiere produttive all’estero per crescere come Paese trasformatore ed esportatore di biologico a livello globale. È una sfida ardita, emersa in un convegno di Biofach 2020, che apre scenari suggestivi al biologico italiano. Controllare innanzitutto le materie prime di cui l’Italia scarseggia, controllarle non per fare intrallazzi, come quelli vergognosi che abbiamo visto in un recente passato, avvenuti in particolare con la Romania, ma al contrario per garantire disciplinari e certificazioni serie dopo aver convinto i partner produttivi stranieri che fare biologico vero è conveniente. Ha detto bene Fabrizio Piva, ad di CCPB, a Norimberga: “Possiamo diventare un grande hub internazionale del biologico”.
I dati resi noti durante la fiera dello scorso febbraio, ci dicono che nel mondo c’è fame di bio, che nei soli Stati Uniti il mercato vale 40,6 miliardi di euro, con la Germania che segue a 10,9 miliardi e la Francia a ruota, a 9,1 miliardi. Ci dicono inoltre che una crescita forte dei consumi è in corso non solo in Scandinavia ma anche nelle vicine Svizzera e Austria. Il bio italiano ha una buona immagine, sostenuta dalla qualità dei prodotti. Non cogliere l’onda, in questi tempi difficili per tanti settori e per tante ragioni, e rinunciare a questa sfida sarebbe un segnale di cecità, non all’altezza dell’intraprendenza a cui l’imprenditoria italiana del biologico ci ha abituato in tante occasioni, recenti e lontane.
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Italia hub internazionale del bio, una sfida non impossibile
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Controllare le filiere produttive all’estero per crescere come Paese trasformatore ed esportatore di biologico a livello globale. È una sfida ardita, emersa in un convegno di Biofach 2020, che apre scenari suggestivi al biologico italiano. Controllare innanzitutto le materie prime di cui l’Italia scarseggia, controllarle non per fare intrallazzi, come quelli vergognosi che abbiamo visto in un recente passato, avvenuti in particolare con la Romania, ma al contrario per garantire disciplinari e certificazioni serie dopo aver convinto i partner produttivi stranieri che fare biologico vero è conveniente. Ha detto bene Fabrizio Piva, ad di CCPB, a Norimberga: “Possiamo diventare un grande hub internazionale del biologico”.
I dati resi noti durante la fiera dello scorso febbraio, ci dicono che nel mondo c’è fame di bio, che nei soli Stati Uniti il mercato vale 40,6 miliardi di euro, con la Germania che segue a 10,9 miliardi e la Francia a ruota, a 9,1 miliardi. Ci dicono inoltre che una crescita forte dei consumi è in corso non solo in Scandinavia ma anche nelle vicine Svizzera e Austria. Il bio italiano ha una buona immagine, sostenuta dalla qualità dei prodotti. Non cogliere l’onda, in questi tempi difficili per tanti settori e per tante ragioni, e rinunciare a questa sfida sarebbe un segnale di cecità, non all’altezza dell’intraprendenza a cui l’imprenditoria italiana del biologico ci ha abituato in tante occasioni, recenti e lontane.
Antonio Felice
direttore GreenPlanet
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