La Fiera Marca di Bologna ci offre l’occasione per riflettere sul mercato del settore biologico e sul ruolo svolto dalla Distribuzione Moderna (DM); un’opportunità che deriva dai dati presentati da NielsenIQ in occasione del convegno organizzato lo scorso 15 gennaio da Assobio.
A dicembre 2025 il mercato bio omnichannel valeva 2,34 miliardi di euro (2,2 erano a dicembre 2024) con il marchio del distributore (MDD) a 1,202 miliardi, ovvero il 51,7%.
Nel corso del 2025 la progressione in valore del bio, sul 2024, è stata pari al 4,9%, mentre in volume ha toccato il 3,6%; analogamente il convenzionale ha fatto registrare un + 2,9% e un + 0,8%. I tassi di crescita del bio sono stati abbastanza simili a quelli toccati nel 2024 in cui, se una differenza la vogliamo osservare, la crescita in volume è stata leggermente superiore rispetto a quella in valore (4,6% sul 4,5%) e, quindi, possiamo arguire che nel 2024 i prezzi erano più “raffreddati” rispetto al 2025. In DM l’incidenza complessiva delle vendite bio sul totale dell’alimentare ha totalizzato un 2,8%, stabile rispetto al 2024. Parafrasando il linguaggio da palestra, il bio si è impegnato in un’attività “dolce”, di mantenimento muscolare, così come sta avvenendo ormai da anni conservando la sua incidenza intorno al 3%, soprattutto se teniamo in considerazione il complesso dei segmenti e delle altre destinazioni commerciali.
I numeri sono sicuramente positivi, il tasso di crescita delle vendite bio performa meglio dell’alimentare nel suo complesso ma occorre anche sottolineare che l’incremento ponderale di un elefante è percentualmente meno grande rispetto all’incremento ponderale di un topolino ed il risultato di questo semplice ragionamento porta la domanda interna bio a non aumentare la sua incidenza sul totale dei consumi agroalimentari.
La distribuzione ha un ruolo fondamentale nel favorire o meno un settore rispetto ad un altro. Lo si è visto in questa fiera che negli ultimi anni ha avuto uno sviluppo esponenziale a seguito dell’inarrestabile cavalcata dell’MDD. A livello macroeconomico la DM attrae l’82% della spesa alimentare e nel 2024 è cresciuta dell’1,8% rispetto al 2023 quando specializzato, libero servizio ed e-commerce sono diminuiti rispettivamente del 4,8%, 3,9% e 2,8%. Il fatturato della DM è stato pari a 173 miliardi di euro e la quota appannaggio della marca del distributore si è attestata nel 2025 al 30,4% (era del 29% nel 2024). La strada sembra essere ancora lunga e, probabilmente, costellata di successi, per la DM, se consideriamo che in Germania e Francia la quota MDD è rispettivamente al 39 ed al 34%, mentre in Svizzera è al 51%.
Nel caso del biologico nazionale la DM ha un peso ed un ruolo ancor più evidenti essendo MDD più di un prodotto su due. Un ruolo che impatta sia sul consumatore che sull’intera filiera a monte. Il numero medio delle referenze continua ad essere ridotto, 134 nel 2025 ed erano 131 nel 2024, da questo discende anche che solo 15 categorie di prodotto incidono per ben il 47% del totale delle vendite bio, mentre impattano per il 52% sulla crescita annua bio. Vi è un’eccessiva concentrazione di vendite in poche categorie. Ciò significa che occorre segmentare di più, offrire più referenze e più spazio e probabilmente i consumi aumentano.
Neppure la riduzione del 20% dei prezzi che la MDD può vantare rispetto al prodotto di marca (IDM) sembra aver favorito un sensibile incremento nelle vendite. Occorre riservare più spazio al biologico, far sì che il consumatore lo trovi con maggiore facilità sugli scaffali.
Dicevamo del ruolo economico lungo la filiera. Da fonte TEHA, la MDD nel suo complesso (non solo bio) sembra aver generato dal 2020 al 2025 ben 22 miliardi di euro di risparmi che per le famiglie italiane hanno significato 150 euro/famiglia; la stessa fonte ci dice anche che nel 2024 la DM ha prodotto 28,9 miliardi di valore aggiunto (non utile netto, si badi bene!). Da questi semplici dati sorge il dubbio che i risparmi generati provengano soprattutto dagli operatori posti a monte delle filiere ed in particolare dal settore agroalimentare e questo non incoraggia il sistema produttivo ad impegnarsi per produrre di più e meglio
come sarebbe necessario.
Non possiamo, inoltre, non evidenziare alcune affermazioni emerse dai rappresentanti della DM nel corso della tavola rotonda del convegno di Assobio. Sostenere che esiste un “bio più bio degli altri”, ovvero un bio più sicuro, più vero, probabilmente più buono e/o più giusto, non aiuta il settore a crescere e a guadagnare in credibilità presso mercato e consumatori.
Dal 1991 il bio è uno ed è quello definito nelle norme di legge stabilite per tutti in ambito UE, nulla vieta che gli operatori lo “vestano” con attributi e caratteristiche aggiuntivi quali l’origine, il sostenibile, il free-from, etc. in una logica di competizione aziendale e commerciale, ma il significato di biologico deve rimanere univoco ed ancorato ai requisiti legali.
Ci piacerebbe, in aggiunta, sapere se chi sostiene di introdurre ingredienti/prodotti biologici in un prodotto finito che non riporta alcuna menzione al fatto che contiene ingredienti bio o sia esso stesso bio, paga questi ingredienti per quello che sono ovvero biologici; perdonateci ma nutriamo qualche dubbio che qualcuno paghi degli ingredienti come bio e li venda come convenzionali.
Considerare il biologico alla stregua di un pre-requisito senza darne evidenza al consumatore e, soprattutto, se è il caso, non corrispondendo il valore reale, equivale a far sparire il settore non riconoscendone i valori ambientali e sociali che tali prodotti sottendono. Se è così comprendiamo anche il motivo per cui è stato affermato che in questa catena il biologico interessa solo al 3% dei consumatori, quando in realtà, secondo NielsenIQ, il 20% delle famiglie sostiene i 2/3 dei consumi di biologico.
Fabrizio Piva











