Produrre bene è meglio che produrre di più

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L’editoriale della scorsa settimana ha sollevato qualche scomposta reazione. Può capitare. Ognuno capisce quello che capisce; ha la cultura, l’educazione e la sensibilità che ha . E questo è per tutti, anche per chi scrive. Siamo pieni di limiti. Comunque ho riletto l’articolo di Dario Bressanini sul blog Le Scienze di Repubblica. Bressanini ha una rubrica che si chiama ‘Scienza in cucina’ e ha scritto un articolo dal titolo ‘L’agricoltura biologica non sfamerà il mondo’ che riprende una recente e ampia ricerca di Nature che di cucina non parla proprio. Ma che si cucina in cucina se non c’è cibo a sufficienza?

 

La domanda è legittima. Bressanini, riprendendo Nature, pone al centro della sua analisi le rese in agricoltura cioè le quantità che possono essere prodotte. E’ un argomento vecchio di decenni. Vecchio e superato. Le rese hanno rovinato l’agricoltura e causato danni enormi alla salute e all’ambiente. Oggi lo riconoscono anche molti imprenditori dell’alimentazione convenzionale: il tema non è produrre di più o mangiare di più (c’è una popolazione obesa che ha raggiunto percentuali allarmanti sul totale della popolazione in America e in Europa) ma produrre meglio e mangiare meno e meglio.

Sfamare la popolazione mondiale non dipende dalle rese ma da un insieme di fattori molto più vasto e complesso: per esempio, dalla riduzione di quel 30% di prodotto agricolo che marcisce prima di raggiungere la tavola dei consumatori per l’inefficienza della catena distributiva in Paesi come l’India e in molti molti altri Paesi dell’Asia e dell’Africa. Il problema vero oggi è cambiare il modello di sviluppo, un processo che del resto è cominciato almeno venti anni fa, anche nell’agricoltura italiana, sulla spinta dei drammatici problemi posti da un’agricoltura drogata dall’obiettivo di continuare ad aumentare le rese per ettaro.

Venticinque anni fa l’Emilia Romagna diventò la regione che produceva più pesche e più pere al mondo, con una resa per ettaro, appunto, da record mondiale. Dopo cinque anni i centri sanitari della regione si accorsero che i casi di tumore tra la popolazione agricola dell’Emilia Romagna erano i più alti d’Italia. La campagna era piena di sostanze chimiche nocive per chi le usava con quelle dosi e quell’intensità. Si corse ai ripari. L’Emilia Romagna fu la prima regione italiana ad applicare i criteri della produzione agricola integrata (con una forte riduzione dell’uso di prodotti chimici) con diminuzione delle rese per ettaro e aumento della salute pubblica.

Oggi in Emilia Romagna, guarda caso, operano le due più grandi realtà italiane del settore biologico: Almaverde Bio a Cesena e Alce Nero a Monterenzio di Bologna. E c’è di più: la produzione di pesche, nettarine e pere è rimasta comunque tale da generare quasi ogni anno pesanti crisi di mercato, con frutta invenduta e danni economici gravi per gli agricoltori. Gli amici del blog Le Scienze sono ancora convinti che il problema della produzione agricola e quindi della disponibilità di cibo siano le rese per ettaro?

L’Africa è un continente del futuro, la sua arretratezza gli dà qualche vantaggio: costruire un futuro senza ripetere gli errori che hanno causato danni ai Paesi avanzati secondo un modello che oggi negli stessi Paesi viene considerato sbagliato. In Africa economisti e intellettuali ne stanno parlando (il primo problema dell’Africa non è comunque la disponibilità di cibo, è semmai la corruzione, una corruzione che blocca la sviluppo e affama).

Antonio Felice

editor@greenplanet.net

 

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