L’inchiesta di GreenPlanet: Residuo zero o bio? Il primo può essere una terza via

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“Il residuo zero può essere considerato una terza via, tra l’agricoltura biologica e quella convenzionale”. A fare questa considerazione è Davide Spadaro, professore al dipartimento di Scienze agrarie, forestali e alimentari (DISAFA) dell’Università di Torino e collaboratore di Agroinnova, convinto del fatto che l’obiettivo nel New Green Deal di abbattere del 50% l’uso di agrofarmaci sia molto più facilmente raggiungibile di quello del raggiungimento del 30% di terreni coltivati in modo biologico entro il 2030. Questo, ovviamente, senza nulla togliere al metodo biologico che, come ribadisce Spadaro, ha la caratteristica di prendersi cura “dell’ambiente e dell’agroecosistema nella sua complessità e non solo della salute dei singoli individui”. E i consumatori, questa differenza, sembra che la percepiscano: “Non esistono ricerche pubblicate in questo senso, ma alcuni studi francesi hanno sottolineato che il consumatore di cibo a residuo zero è interessato alla propria salute e a quella dei propri cari più di quanto non lo sia per il benessere ambientale, che è la prima preoccupazione del consumatore di cibo prodotto con metodo biologico”.

Spadaro è stato coordinatore di Cleanfruit, progetto dell’Università di Torino, che ha partner provenienti da Italia, Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito e che ha coinvolto produttori e trasformatori di mele e fragole. “Nel biennio 2000-2021 abbiamo lavorato per cercare di raggiungere il residuo zero in alcune aziende convenzionali”, fa sapere il professore. Obiettivo del progetto era quello di lavorare su una serie di protocolli flessibili, sostenibili e rispettosi dell’ambiente per produrre frutta di qualità con zero residui. “Il residuo zero si colloca in una nicchia – che potrebbe diventare significativa – a metà fra l’integrato, che è lo standard di oggi, e il biologico; il consumatore di biologico ha ben definiti in mente tutta la serie di valori positivi di impatto che riguardano l’ambiente, mentre chi sceglie il residuo zero ha molto più interesse alla salute propria e della propria famiglia, secondo uno studio realizzato da un’associazione francese – Zéro Résidu – che tempo fa, intervistando consumatori francesi, era arrivato a questa conclusione: pubblicazioni scientifiche vere e proprie, tuttavia, non esistono al momento”.

Ciò che per Spadaro, dal punto di vista tecnico, è possibile sostenere, è che “il residuo zero è molto più raggiungibile per l’agricoltore e per il tecnico perché permette l’impiego degli agrofarmaci solo in un determinato periodo della produzione, mentre nell’ultima fase del ciclo colturale si adotta una strategia di difesa biologica che mira all’ottenimento di un prodotto senza residui al momento della raccolta”.

Una “sfida”, insomma, per il professore dell’ateneo torinese, vinta da numerose aziende con cui il progetto Cleanfruit ha collaborato. “C’è da dire, inoltre, che questo tipo di produzione comporta l’integrazione di pratiche e metodiche agronomiche che uno sforzo notevole per il coltivatore”, ha aggiunto Spadaro, che non si dice sostenitore né dell’uno o dell’altro metodo, in cui l’uno escluda l’altro, ma “gli agricoltori che sperimentano il residuo zero notano pro e contro”.

Oggi la certificazione del residuo zero è su base volontaria, affidata ad un ente certificatore terzo, mentre quella prevista dal metodo biologico è standardizzata a livello europeo.

“Per ciò che riguarda il residuo zero, le certificazioni non vengono fatte sui disciplinari, ma su analisi chimiche che certificano, appunto, alla fine della produzione l’assenza dei pesticidi”, cosa che per il biologico non avviene. È vero tuttavia che le analisi a campione compiute sui prodotti ortofrutticoli da parte del ministero della Salute rileva che quasi il 50% non presenta residui. Ma ugualmente “Italia, Francia e Spagna stanno spingendo affinché il residuo zero sia codificato da un marchio a livello europeo”, prosegue Spadaro. Che sul versante degli obiettivi posto dal New Green Deal, basato sulla strategia farm-to-fork, è convinto che l’obiettivo di dimezzare l’uso di agrofarmaci entro il 2030 sia concretamente più raggiungibile di quello del raggiungimento del 30% di terreni coltivati in modo biologico. Resta il fatto che l’agricoltura biologica contiene in sé un respiro più ampio di visione e lungimiranza, ma “un’integrazione tra metodi di difesa diversi e una corretta valorizzazione di tutte le pratiche agronomiche può permettere di avvicinarsi più velocemente all’obiettivo”.

Se si guarda però ai prodotti residuo zero e a quelli biologici con l’occhio del consumatore, per Spadaro non è trascurabile il fatto che negli anni “il biologico risulta meno produttivo e quindi più costoso; il consumatore ‘costretto’ a spendere meno da una serie di circostanze potrebbe scegliere il prodotto a residuo zero che si colloca in una fascia di prezzo superiore al prodotto convenzionale, ma un po’ inferiore al biologico”.

Chiara Affronte

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