La tragedia dell’ILVA di Taranto

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Una storia di lavoro e di morte, di 13 mila dipendenti e di 11 mila 500 morti in sette anni. E’ la tragica storia di un modello di sviluppo sbagliato, è la storia dell’ILVA di Taranto. Il 10 agosto, al termine di un’inchiesta durata anni, il giudice per le indagini preliminari di Taranto intima la chiusura e il risanamento degli impianti ‘senza prevedere alcuna facoltà d’uso a fini produttivi’. L’azienda, appartenente al Gruppo Riva, il colosso privato italiano dell’acciaio, non ci sta. Il governo manda tre ministri, tra cui quello dell’Ambiente, per mediare. Ci sono cortei di lavoratori per le strade, cortei di cittadini e ambientalisti. Sì, ci sono posti di lavoro che valgono più o meno 35 milioni di euro l’anno (oltre all’indotto) ma c’è, nello stesso tempo, un’emergenza ambientale e sanitaria senza eguali in Italia.

Un solo dato (dopo quello agghiacciante dei morti): nel 2002 gli impianti dell’ILVA emettevano il 30,6% della diossina emessa dagli impianti industriali di tutta Italia (la diossina: un veleno), nel 2006 ne emettevano il 92%. Che cosa era successo? Il Gruppo Riva aveva chiuso a Genova gli impianti più inquinanti e li aveva spostati a Taranto. A Genova no, a Taranto sì. Nel mezzo, un tasso di mortalità a Cornigliano superiore a quello di qualsiasi altro quartiere di Genova. Ma come è possibile?

Sviluppo e occupazione nel Sud con l’industrializzazione. Formula vecchia; trasferita a Taranto formula disastrosa. C’è poco da mediare se i dati sull’inquinamento dell’ILVA non cambieranno radicalmente. Un operaio dell’ILVA che lavorasse 28 anni, con i dati sanitari e ambientali degli ultimi sette anni resi noti dalla Procura della Repubblica di Taranto, vedrebbe consumarsi attorno a sé un disastro umanitario di 46mila 200 morti da inquinamento e tra le vittime potrebbe esserci anche lui. Oggi per 20 chilometri attorno all’ILVA non è concessa alcuna attività zootecnica (umana evidentemente sì), né è possibile l’acquacoltura per il rinvenimento di cozze alla diossina.

Ora, se la green economy non è una bolla di sapone, anzi se non è una maleodorante ciofeca, la bisogna mettere in campo con tutte le risorse disponibili fino a venire a capo del disastro ambientale di Taranto e del problema dell’occupazione. E’ questo che il governo deve fare, è questa la mediazione. Il Sud ha più bisogno di economia verde, di turismo sostenibile, di agricoltura biologica di qualità, di energie rinnovabili, di logistica intelligente, di centri di elaborazione culturale vera, che di acciaio.

Il Sud non è un serbatoio qualsiasi da inquinare come uno di quegli sperduti angoli d’Africa dove si nascondono scorie radioattive e rifiuti speciali di tutti i generi. Il Sud è una risorsa straordinaria del nostro Paese e dovrebbe diventare il centro gravitazionale del Mediterraneo. Ma la politica, quella vera, quella che guarda lontano, dov’è finita?

Antonio Felice

editor@greenplanet.net

 

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