Il voto che ha cambiato l’Italia

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Le elezioni politiche di qualche giorno fa sono state un’esperienza inattesa e forte per chi scrive, culturale e psicologica, ancora prima che civica o politica. Un’esperienza forse iniziata da tempo inavvertitamente e apparsa progressivamente più chiara con l’avvicinarsi del voto.

L’esperienza che permette di capire, sulla propria pelle, come possano cambiare riferimenti che sembravano intramontabili, come si possa assistere, periodicamente nella storia, a un grande sconvolgimento: una guerra, una rivoluzione, la nascita di una dittatura o di una democrazia che prima non c’era.

In poche parole: condizioni materiali che si trasformano in tempi non brevi provocano all’improvviso rivoluzioni culturali e psicologiche, veri stravolgimenti rispetto alla condizione immediatamente pre-esistente, che impongono regole e stili nuovi.

Se non ci si capita in mezzo non si può capire come sia possibile.

La crisi economica, insieme ad altri cambiamenti materiali non secondari, ha portato nei giorni scorsi in Italia allo sconvolgimento del quadro politico e forse anche, in prospettiva, di quello istituzionale.

Sono cambiati i termini e i luoghi del confronto ed è imbarazzante, in questi primi giorni dopo il voto, vedere come molti personaggi in vista del nostro Paese non se ne siano accorti, a partire da tanti miei colleghi giornalisti che si occupano di politica oltre che da tanti politici di professione.

Una lunga stagione è finita. Poche ore hanno trasformato la cronaca in archeologia e i talk-show della RAI in un repertorio di brontosauri.

Il giorno prima della domenica elettorale, un amico mi chiama. Fa il piccolo imprenditore nel Veneto o meglio lo faceva perché la crisi lo ha ridotto a fare l’imprenditore piccolissimo. Aveva infatti alcuni dipendenti e la moglie e un figlio che gli davano una mano. Uno alla volta ha dovuto lasciare a casa i dipendenti, poi ha pregato la moglie di lasciar perdere, infine ha detto al figlio di provarci lui perché poteva anche essere che non fosse più adatto a fare il suo mestiere nel tempo nuovo che avanza. Ma si sbagliava: anche il figlio arrancava, non riusciva a rilanciare l’attività e ora non ce la fa nemmeno a mantenere sé stesso.

Dunque l’amico mi chiama per dirmi che sta raggiungendo il comune natìo, in Lombardia, dove aveva mantenuto la residenza, a più di 200 chilometri da dove abita ormai da oltre vent’anni, per andare a votare. ‘Sì – mi dice – questa volta devo votare’. Perché, gli chiedo. ‘Perché – risponde – devono andare a casa, ci hanno rovinato, dobbiamo mandarli a casa, tutti!’. Era stato un moderato. Adesso urlava. Andava a votare per Grillo. Mi aveva telefonato per farmelo sapere, forse per invitarmi – ma senza chiederlo esplicitamente – a fare lo stesso.

Troppa gente, in questo Paese, ha perso la speranza. Troppi giovani sono senza lavoro e prospettive. La schiera dei garantiti si assottiglia ed ha paura di perdere le posizioni. Così è arrivata la bomba che fa saltare il sistema, con tutti i sordi che non ne hanno udito l’esplosione.

Antonio Felice

editor@greenplanet.net 

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