Dall’addio di Rosso all’approdo di Illy, il bio cerca la sua strada

Antonio Felice

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Quando nell’agosto del 2020 Renzo Rosso, patron della Diesel, uscì definitivamente da EcorNaturaSì, il leader dei negozi specializzati, la cosa suonò come una bocciatura del biologico. Rosso aveva investito con le migliori intenzioni, con convinzione, ma il biologico, la sua gestione, la sua remuneratività, lo avevano deluso. Da imprenditore veloce e intuitivo aveva capito – o credeva di avere capito – che quell’investimento gli avrebbe procurato perdite superiori a quelle che già aveva dovuto accusare.

Ora un altro grande imprenditore, Riccardo Illy, come riporta da ieri anche GreenPlanet, ha investito nel biologico. Attraverso la sub-holding del Gruppo triestino, il Polo del Gusto, Illy ha acquistato Montana Achillea, specializzata in succhi di frutta, soft drinks e spalmabili “rigorosamente biologici”. Illy non ha niente da invidiare a Rosso, sono due big dell’economia italiana, e questa operazione, per il bio italiano, suona come una rivincita.

Tanto si discute sul presente e il futuro del biologico in questo periodo, sottolineando soprattutto le criticità del settore, ma questa operazione di Illy, certamente meno complessa di quella affrontata da Rosso, dice che il biologico italiano è vivo e vegeto, deve solo valorizzare gli interpreti, i suoi prodotti migliori, i servizi giusti.

Nelle ultime settimane GreenPlanet ha affrontato, con un’inchiesta affidata alla brava Chiara Affronte, i rapporti tra produzione biologica e produzione convenzionale. Chiara ha raccolto pareri autorevoli come quelli di Giovanni Dinelli del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna, Enzo Spisni professore associato al Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali della stessa Università, Giovanni Giambi, direttore generale di Agrisfera, società cooperativa che produce latte biologico per Granarolo, Silver Giorgini, direttore Qualità e Innovazione del Gruppo Orogel di Cesena, e riportando dichiarazioni altrettanto autorevoli come quelle del presidente di ISMEA Angelo Frascarelli.
Ne sono scaturiti concetti piuttosto chiari per stabilire le sfide cruciali del settore biologico. Sul fronte della sostenibilità ambientale è evidente che il convenzionale abbia da imparare dal metodo biologico, ma il bio non può trascurare una maggiore produttività come obiettivo. Ma senza innovazione e quindi senza ricerca ed investimenti, la produttività non cresce e la sostenibilità non si esprime come potrebbe. Sul piano alimentare scegliere bio fa meglio alla salute, ma anche su questo versante si potrebbero ottenere risultati più netti ed appariscenti da trasmettere al consumatore.  C’è dunque la ricerca su cui investire, c’è però anche molta comunicazione da fare, a 360 gradi.

Il rischio che il concetto di biologico si annacqui nel concetto di sostenibilità è reale e il modo per uscirne è che il bio cavalchi la sostenibilità fino a diventarne il principe assoluto. O così oppure potremmo essere alla vigilia di un declino. La discussione è aperta, le opinioni sono spesso lontane se non contrapposte, ma importanti sono i fatti a cui aggrapparsi, come la notizia che un grande come Illy ci creda.

Antonio Felice

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