Contaminazioni, Ispra: Ecco l’iter per bonificare terreni

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Il 2030 è il traguardo che la UE si è posta per aumentare la percentuale di terreni coltivati con metodo biologico: il 25% in più rispetto ad oggi. Un obiettivo ambizioso che l’Italia intenderebbe raggiungere ancora prima, nel 2027, nonostante qualche timore aleggi, non solo sul fronte del consumo di suolo, che procede velocemente dato che – secondo dati Ispra – nel 2021 si sono persi 52 km quadrati di suolo agricolo o naturale, ma anche sul fronte dei controlli dei terreni che vengono trasformati.

Soprattutto dopo il caso che ha coinvolto Milano Vettabia, alla periferia sud della città, dove il Comune aveva affittato ad un’azienda agricola biologica – la Cascinet – alcuni terreni. Presi da alcuni dubbi,  i proprietari della Cascinet hanno deciso di fare in autonomia analisi specifiche, da cui è stata rilevata la presenza di metalli pesanti, come ha raccontato di recente il Corriere della Sera. Dopo lo sconcerto, da quel momento è partita una lunga istruttoria da cui sarebbe emerso che la bonifica da parte del Comune non era mai stata fatta; per questo AIAB e alcuni consumatori hanno avviato una causa contro Palazzo Marino, rivendicando il diritto alla salute e all’ambiente e il risarcimento dei danni all’azienda.

Si è trattato di un caso, forse isolato, ma che spinge ad approfondire come vengono fatte le bonifiche dei terreni. Fabio Pascarella, responsabile dell’area siti contaminati dell’Ispra, ci spiega come si sviluppa l’iter: “La Legge prevede che, al verificarsi di un evento che abbia la potenzialità di contaminare i suoli e le acque sotterranee, si parta con la procedura di caratterizzazione. Ma, nel caso in cui non si abbia contezza del fatto che un terreno possa essere contaminato, ovviamente non può partire alcun automatismo”.

Il punto è chiaro: se un’area è “attenzionata”, come può essere la Terra dei fuochi, allora è facile che si facciano delle operazioni di prelievo di campioni di terreno e di acque sotterranee. Succede, ad esempio, che nei 42 SIN, i siti di interesse nazionale, che coincidono con le maggiori aree industriali attuali e passate, “si facciano prelievi e si veda se le concentrazioni che si rilevano sono maggiori dei limiti imposti”, ha spiegato ancora Pascarella. “Se è così, si procede con delle analisi che devono verificare se quelle contaminazioni in quella situazione particolare costituiscano un rischio o meno per la salute e per l’ambiente. Se si stabilisce che il rischio c’è, si parte con la bonifica”.

Questa operazione può impiegare tempi più o meno lunghi: “In alcuni casi si tratta di spostare della terra in discarica; ambientalmente questa è una procedura considerata fallimentare perché di fatto si sposta la contaminazione da un luogo in cui può causare problemi, ad esempio se si fosse vicino al mare, ad una discarica, ma non la elimina. Oltre tutto sappiamo che le discariche non hanno ad oggi una sufficiente possibilità di smaltimento”. In altri casi si procede con la bonifica vera e propria, ha spiegato ancora Pascarella: “Se si rileva la presenza di idrocarburi, si può intervenire con delle sostanze specifiche e delle sonde per estrarre gli idrocarburi; in questi casi – ha proseguito– dipende da quanto sono elevate le concentrazioni nel terreno”.

Possono, poi, essere messe in campo delle azioni tese a impedire che l’inquinamento si diffonda: “Se ci si trova in aree costiere ed è in corso una contaminazione dell’acqua sotterranea, si possono installare delle barriere idrauliche che, attraverso dei pozzi, intercettano tutta la falda che si muove dall’interno del sito contaminato per spingerla verso l’esterno, in modo che la falda contaminata non vada a interessare dei pozzi o aree in cui giocano i bambini”, ha fatto sapere il responsabile dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. La norma vale per tutti i siti, con la differenza che quelli nazionali, che richiedono procedure più complesse, vengono gestite dal Ministero, altre da Regioni e/o Comuni.

Quindi, un conto è se la bonifica viene fatta, ma non è stata collaudata o non è stata eseguita correttamente, altro conto è se si va ad analizzare delle aiuole nel centro di Roma o di Napoli: in quei casi, prelevando dei campioni, certamente si troveranno delle contaminazioni.  Vivendo in un pianeta antropizzato “è difficile trovare terreni vergini”, ma è evidente che per trasformare uno spazio naturale in agricolo biologico i controlli devono essere accurati, per ottenere le certificazioni.

Dal canto suo Ispra, proprio su richiesta dei Comuni, delle Regioni e delle Arpae regionali, oltre che dei cittadini attraverso la stampa, ha costruito un database dal quale è possibile valutare lo stato di avanzamento delle bonifiche dei siti di interesse nazionale.

Oggi, quei siti, coprono lo 0,5% del territorio nazionale; quelli regionali un altro 0,5. Il restante 99% è occupato da monti, fiumi, città, industrie. Quindi resta fondamentale che non si consumi suolo. E che si tengano presenti gli obiettivi che la UE si è data, come ha ricordato Lorenzo Ciccarese, direttore di ricerca di Ispra: “La strategia sulla biodiversità e la Farm to fork indicano una direzione molto chiara; ogni Paese dovrà fare la sua parte: l’Italia incrementerà i terreni coltivati biologicamente, altri Paesi preserveranno le loro foreste”. Detto ciò, per Ciccarese, “se esistono terreni già utilizzati per fini agricoli si presuppone che non abbiano livelli di inquinamento sopra la soglia di legge e che quindi, per la certificazione biologica, si debbano seguire gli standard imposti dalla normativa”.

Per Ciccarese, insomma, ovviamente, fatti come quello segnalato nel milanese, se verificati, non dovrebbero accadere. Ma “il messaggio importante che deve passare è che tutela della biodiversità e il biologico devono essere supportati e incrementati: analisi e metanalisi dicono chiaramente che questa è la direzione”.

Chiara Affronte

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