Carni fresche bio: il quadro di Salvo Garipoli

Salvo Garipoli

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Si è tenuto giovedì scorso, in diretta dalla splendida cornice dell’Azienda Agricola Valentina Cubi in Valpolicella, il webinar – organizzato da GreenPlanet, in collaborazione con l’agenzia Omnibus – dedicato alle carni fresche biologiche. “Un’occasione importante, volta ad accendere le luci su un settore in fase di assoluta introduzione all’interno della Grande Distribuzione”, come sottolineato da Salvo Garipoli, direttore di SGMarketing, che ha presentato i risultati di una ricerca condotta in esclusiva, con una metodologia multiprospettica con interviste a 11 category buyer e 17 monitoraggi field instore, volta a capire il ruolo attuale del comparto e le strategie di sviluppo.

Di seguito riportiamo le principali evidenze dell’indagine “Il mercato delle carni biologiche. Stato dell’arte e prospettive di sviluppo nella GDO italiana”.

Partendo dal presupposto che giro d’affari dell’agroalimentare biologico è intorno ai 4,3 miliardi di euro (+7% anno terminante agosto 2020), corrispondente a una quota GDO del 48,7%, l’incidenza della spesa per le carni bio sul totale è dello 0,3%, ma nel 2020 segna un balzo del 22,2% (anno terminante giugno 2020). “Un trend tipico dei segmenti in fase di introduzione”, sottolinea Garipoli. Ma qual è il contributo delle carni bio sulle vendite del reparto macelleria?

I dati ci restituiscono un’incidenza attorno all’1,3% di carni bio (avicole, bovina e suina) negli Iper e all’1,4% nei Super e ci narra di un settore che raddoppia la propria quota nell’ultimo triennio (2017-2020) anche per la carne avicola, di fatto pioniera del segmento del bio nel reparto macelleria, con una prospettiva di ulteriore crescita del +30% e l’evidenza del passaggio da una monotipologia di prodotto (pollo) a presidio di questa categoria alla presenza sempre più rilevante della carne rossa.

Interessante anche il ‘dato degli sfridi’: a fronte di rimanenze totale di Iper e Super rispettivamente del 2% e del  3,4%  per il bio si raddoppiano quasi le percentuali che diventano del 3,8% e del 5,9%. “Un segnale rilevante che dipende da diversi fattori – commenta il direttore di SGMarketing -; uno è sicuramente correlato al posizionamento di prezzo“.

Passando poi all’analisi del ruolo affidato al segmento delle carni bio da parte dei retailer, la metà dei rispondenti gli affida una funzione di servizio ma, al contempo, l’altra metà assegna un ruolo di ‘destinazione’, intendendolo come un prodotto in grado di spostare i consumatori da un PDV all’altro. “In quest’ultimo caso, il presidio nasconde una strategia di medio e lungo periodo, confermata da quelli che sono i driver considerati più importanti per lo sviluppo del segmento che perseguono l’obiettivo finale di allargare il mercato generando maggior interesse e acquirenti”.

Dunque, quali diventano le aree di lavoro su cui concentrarsi? In primo luogo ridurre i prezzi, ma emergono chiare anche altre variabili, che impattano sul cosiddetto “ultimo centimetro“, di presidio di aree legate alla sostenibilità e puntando su elementi di comunicazione all’interno e fuori dal punto vendita relativi al “rispetto dell’ambiente, del benessere animale e della sicurezza alimentare”.

“Un ragionamento nuovo che si inserisce in un rapporto di collaborazione tra produttore e distributore. Una presa di consapevolezza che si dovrebbe tradurre nel maggior presidio del punto vendita e nel racconto sviluppato attorno al prodotto ‘carni bio’, accompagnato da attività di instore promotion votate all’esperienza del consumatore finale, ma anche da visite formative in campo dei responsabili di reparto per una loro maggior conoscenza della filiera e, dunque, capacità di comunicare”. (cb)

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