Biodinamico? I dubbi vanno fugati dalla sperimentazione e dalla ricerca

Biodinamico

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“Sono un ricercatore e per me fare ricerca significa non dire “no” a prescindere perché sento il dovere sociale di studiare e capire le cose che osservo; gli schieramenti, da un lato e dall’altro, spesso sono causati dal fatto di non avere la mente libera e di essere legati ad interessi particolari”. Ne è convinto Giuseppe Celano, ricercatore del dipartimento di Farmacia all’Università di Salerno e coordinatore del progetto “Modelli circolari” finanziato, grazie ad un bando pubblico, dal ministero per le Politiche agricole alimentari e forestali (MIPAAF), di cui fanno parte anche il Centro di ricerca interdipartimentale sulla risonanza magnetica nucleare per l’ambiente, l’agro-alimentare e i nuovi materiali dell’Università di Napoli, la Scuola di scienze agrarie, forestali ed ambientali dell’Università della Basilicata e Agrifound Italia.

Il progetto si trova a metà del suo percorso che si concluderà a gennaio 2023 e l’obiettivo assegnato dal Ministero è proprio quello di sviluppare ricerca nel campo del biologico e di incrementare le conoscenze scientifiche sulla preparazione di prodotti in azienda (compost, preparati e tea di compost) in modo da mettere insieme best practices. L’azienda biodinamica è posta al centro del progetto dedicato ai modelli circolari per ciò che riguarda l’ambito Ideazione e validazione di sistemi produttivi agro-zoo-forestali multifunzionali ad elevato gradi di biodiversità.

A 18 mesi dall’avvio sono già stati intrapresi degli studi anche sui ‘discussi’ preparati utilizzati nella biodinamica – il 500 cornoletame e il 501 cornosilice – e i risultati vengono nel tempo analizzati dai due dipartimenti universitari. “Io non sono un biodinamico ma un ricercatore convinto che, quando una tecnica assume una certa importanza e mostra efficacia, deve essere studiata, per capire se funziona e perché funziona, a maggior ragione se comporta ricadute sociali ed economiche rilevanti”, scandisce Celano. Mentre ricorda che anche verso il biologico si riscontrò agli inizi il medesimo atteggiamento di avversione: “Erano gli anni ’70 e facevo parte di un gruppo di studio che ospitava esperti dall’estero, anche se c’era chi ci accusava di voler tornare al Medioevo e all’uso del cavallo; poi nel tempo le stesse persone che ci criticavano hanno cambiato atteggiamento perché hanno incominciato a crederci o perché nel frattempo sono cambiati i tempi o anche, forse, perché conveniva…”.

Andando nello specifico del progetto finanziato dal MIPAAF con circa 300mila euro, Celano fa sapere che “il cappello generale è una valutazione life-cycle assessment della sostenibilità dei sistemi; parte importante del progetto è quello della caratterizzazione chimica in vita biologica dei preparati e degli estratti proposti dal mondo biodinamico”.  Il gruppo sta poi facendo delle prove con una forte base scientifica di confronto del compostaggio biodinamico realizzato secondo le metodologie biodinamiche con quelle tradizionali, con l’obiettivo di testare entrambi sul campo e osservarne gli effetti. Delle differenze sono già emerse: “Si sono evidenziate in termini di temperatura del processo, ad esempio, ovvero si consuma meno carbonio nel caso de biodinamico”. Questo fatto sarebbe spiegato dalla presenza di “più molecole bioattive che non vengono bruciate perché si lavora con un tenore più basso di ossigeno”. I prodotti vengono testati sulle colture arboree e anche sul grano e sotto terra per valutare sempre i risultati, soprattutto in termini di qualità della produzione. Anche il rispetto della biodiversità è uno degli aspetti che interessano il progetto; il team sta studiando aziende che usano tecniche di agroforestry, una pratica che combina allevamenti con colture arboree, utilizzando pollai mobili: si evidenzia che le galline producono in questo modo uova di ottima qualità. “Questo può comportare oltre tutto alle aziende di piccole dimensioni introiti di alcune migliaia di euro in più rispetto alla norma, a fronte di pollai di 15 o 20 galline; aumentando in numero delle galline, aumenta quindi anche il reddito che può diventare importante”, aggiunge Celano. Nel mondo biodinamico è prevista la presenza degli animali all’interno dell’azienda perché il processo è un processo a ciclo chiuso in cui si ricorre il meno possibile all’esterno.  Insomma, per Celano, “è facile attaccare la biodinamica perché contiene elementi e principi che sono riconducibili alla credenza. Ma c’è anche chi ha creduto nei pesticidi per anni, dobbiamo dirlo…”.

L’avversione da parte della scienza ‘prevalente’, per Celano, diventa a suo modo antiscientifica: proviene da un lato da un’impostazione che richiede un numero di analisi esorbitante per affermare un principio, ma anche da un forte legame con il mondo dei brevetti e di chi produce, anche fertilizzanti: si tratta del fare ricerca per brevettare. In quest’ottica è chiaro che l’autoproduzione di preparati può mettere in discussione le grandi aziende che producono pesticidi. “A me non è mai interessato brevettare nulla: io lavoro con fondi pubblici e i risultati dei miei studi devono essere pubblici”, scandisce Celano. Che fa un’altra considerazione: “Molti scienziati in tv spesso parlano di campi della scienza di cui non hanno alcuna esperienza: virologi che parlano di agricoltura biodinamica senza avere mai visto un’azienda agricola e aver fatto studi in questo senso. Perché, prima di attaccare, non mettono in campo una sperimentazione che smentisca ciò che fino ad ora si è osservato? A volte – spiega ancora Celano – anche i fatti della biodinamica che possono apparire ‘magici’, inoltre, hanno spiegazioni molto banali e molto semplici, come avviene per la ‘dinamizzazione'”

“Il dinamizzatore crea il gorgo, crea l’imbuto d’aria: si formano le bollicine molto piccole che realizza una reazione molto efficiente; i microrganismi presenti nel 500 che viene sciolto nel dinamizzatore esplodono e si moltiplicano, dando vita ad un prodotto che ha forte azione soppressiva, biostimolante – spiega Celano – infatti il 500 contiene l’acido indolacetico, un ormone”.

In sostanza, per Celano, lo scienziato deve fare una scelta di campo, decidere come procedere ed essere poi conseguente: i dubbi – a suo avviso – vanno fugati dalla sperimentazione e dalla ricerca.

Chiara Affronte

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