ASSO.CERT.BIO: “Con il nuovo Regolamento più garanzie sulle certificazioni per export da extra UE”

Riccardo Cozzo Assocertbio

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“Il Regolamento UE porta numerose novità sul fronte della certificazione: innanzi tutto armonizzerà le procedure e i criteri tra i Paesi membri e stabilirà delle condizioni anche per i prodotti in arrivo da fuori dall’Europa”, fa sapere il presidente di ASSO.CERT.BIO, l’Associazione nazionale organismi di controllo e certificazione del biologico, Riccardo Cozzo.

Mentre si è in attesa dei decreti che rendano effettivamente applicabili i principi, si ragiona anche sul fatto che i prodotti biologici italiani, sommando i criteri previsti dal nuovo Regolamento con quelli che l’Italia si è data internamente, saranno davvero ancora più sicuri e garantiti, come sottolinea Cozzo.

– Presidente, quali sono le principali novità?

“Questo Regolamento ha un articolato molto complesso e racchiude norme particolarmente dettagliate. E questo proprio perché uno degli obiettivi che ha portato alla complessità normativa sta proprio nella volontà di armonizzare le diverse regolamentazioni nei vari Paesi europei. Inoltre, altro punto, occorre ricordare che in Italia, già da anni, è in funzione un sistema di controllo basato sul rischio. A seconda del tipo di azienda, delle dimensioni e del suo orientamento ‘colturale’, c’è una corrispondenza in una tabella. Faccio un esempio: un’azienda che produce solo cereali avrà un rischio molto più basso di una ortofrutticola. In pratica, il rischio di contaminazione cambia a seconda della tipologia. E, sempre sulla base di questa classificazione, vengono fatti i controlli che possono essere sul campo e – in futuro, con il nuovo Regolamento – anche da remoto. Sempre per fare un altro esempio, un’azienda che è in parte già biologica e in parte in conversione, può avere un rischio più alto di altre”.

– Quindi, la classificazione sulla base del rischio dà indicazione anche sui controlli?

“Sì, e in Italia eravamo già abituati a fare i conti con un numero di visite ispettive alle aziende superiore a quello di altri Paesi europei: alla visita preannunciata, ne sono sempre seguite altre. Ma era l’unico aspetto da tenere in considerazione; anche le analisi richieste sono sempre state molto dettagliate, i controlli documentali pure. Questa particolarità italiana, insomma, creava certamente una sperequazione a livello degli Stati membri che oggi il Regolamento supera, mettendo dei paletti, armonizzando le diverse situazioni. Inoltre, introduce anche il concetto di misure preventive, ovvero l’insieme dei metodi e delle procedure finalizzate al mantenimento o all’incremento della fertilità e della biodiversità dei suoli.  Le misure preventive, di fatto, responsabilizzano le aziende stesse che devono essere in grado di capire quali sono gli eventuali elementi di sospetto che potrebbero inficiare la produzione: si tratta di un cambio di approccio che, appunto, responsabilizza l’azienda, spinge a fare verifiche, e quindi permette di avere garanzie maggiori sulla tracciabilità del prodotto. Le norme introdotte sono tante e complesse: oggi ci troviamo in una fase di interregno, in cui si attendono i decreti attuativi che dovranno chiarire una serie di punti, ma la strada da seguire è tracciata”.

– E cosa accadrà invece sul fronte dei rapporti con i Paesi extra UE?

“Il sistema di certificazione fuori dall’Unione europea non era lo stesso: esistevano enti certificatori cosiddetti equivalenti ma che di fatto non erano del tutto uguali ai nostri perché seguivano un iter diverso per l’accreditamento, in qualche modo più facilitato. Questo fatto ha più volte scatenato proteste da parte dei produttori europei che si sentivano penalizzati. Oggi si passa dal sistema dell’equivalenza a quello della conformità: ciò significa che i prodotti di aziende extra UE, per essere esportati, devono essere sottoposti allo stesso tipo di controllo basato sui criteri del rischio, delle visite ispettive e di campionamenti a cui facevo riferimento prima”.

– Questo dovrebbe dare garanzia anche al consumatore finale che sui banconi dei supermercati tutti i prodotti biologici in vendita siano stati sottoposti ai medesimi controlli e quindi abbiano la medesima salubrità; è così?

“Esatto. Un caffè proveniente dalla Colombia, per fare un esempio, dovrà avere gli stessi crismi di quello prodotto in Europa. C’è da dire, poi, che in Italia, noi offriamo anche garanzie in più, rispetto a molti altri Paesi europei…”.

– Quali?

“Trattiamo in modo diverso il residuo perché abbiamo dei limiti di certificazione. Se attraverso le verifiche si riscontra una contaminazione, anche accidentale superiore a 0,01 parti per milione si toglie la certificazione. Si tratta di un limite che abbiamo in Italia e su cui a livello europeo si è dibattuto, poiché i coltivatori biologici europei non erano d’accordo sul fatto che si togliesse la certificazione a causa di residui così piccoli e accidentali. Invece l’UE ha stabilito che se si rileva un qualsiasi residuo, nei limiti di quelli riscontrabili strumentalmente – anche una parte per miliardo – a quel punto deve essere fatta un’indagine per verificare se il residuo è accidentale o no. E poi il produttore deve mettere in atto delle misure precauzionali affinché non si ripeta; ma se, fatta l’indagine, si conferma che si sia trattato di un qualcosa di accidentale, il prodotto può essere certificato. Diverso, come ho detto, in Italia. E questa particolarità, sommata alla legge sul biologico finalmente approvata, potrà senz’altro servire a valorizzare ulteriormente il nostro marchio biologico. Credo che si tratti di un messaggio molto positivo da dare al consumatore”.

– Il nuovo Regolamento permetterà anche a piccoli produttori di ottenere la certificazione, se associati con altri. È un bel segnale?

“Sì, potranno unirsi in un altro soggetto che abbia personalità giuridica, sia esso il consorzio o anche l’associazione. I parametri sono bassi se si considera che i produttori interessati non devono superare i cinque ettari. È chiaro che per questo tipo di aziende di piccole dimensioni il percorso di certificazione inciderebbe per oltre il 2% sull’intero volume di affari, se si certificassero in maniera diretta. Invece, in questo modo, potranno mettersi insieme e dotarsi di un sistema di controllo interno: la certificazione sarà di gruppo e quindi sarà più semplice associarsi con realtà vicine geograficamente e magari anche per tipologie di prodotto. Detto ciò, occorre segnalare che la burocrazia richiesta fino ad ora è stata forse anche eccessiva e per questo stiamo chiedendo al Ministero di semplificarla per incentivare le piccole aziende a procedere in questo senso”.

Chiara Affronte

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