A Polistena con i volontari anti-mafie

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LA TESTIMONIANZA. Da giugno a settembre già da parecchi anni e alternandosi ogni settimana, gruppi di giovani provenienti da ogni parte d’Italia e da realtà anche molto diverse fra loro, ma uniti da una comunione di intenti che è la lotta contro tutte le mafie, si incontrano in un paese, Polistena, situato nella piana di Gioia Tauro, per fare del volontariato su beni confiscati alla ‘ndrangheta, gestiti dalla cooperativa sociale “Valle del Marro”. 
Durante la settimana di ferragosto ho cucinato per un gruppo di 30 ragazzi insieme a donne calabresi, reclutandole grazie a Don Pino che mi ha fatto parlare in chiesa (io sarei atea…). 
Questi ragazzi hanno vissuto accampati ed autogestiti in un’estate ruggente intorno alla scuola elementare di Via Trieste, incontrandosi per la prima volta per la cena dell’accoglienza gestita da donne del posto.

Il giorno successivo, dopo l’incontro con Don Luigi Ciotti e Don Pino Demasi, che con estrema semplicità hanno illustrato i principi della legalità rispondendo ad ogni domanda o dubbio manifestati dai volontari, li ha portati in un viaggetto sullo scuolabus giallo con i sedili troppo piccoli per un adulto, sul terreno confiscato ad una delle più “importanti” famiglie del posto, che controlla gran parte della Salerno-Reggio Calabria, il Porto di Gioia Tauro e dunque buona parte del traffico di coca in Italia e in Europa. La stessa famiglia che quassù al nord possiede gran parte delle risorse immobiliari, che ha membri che ricoprono ruoli istituzionali importanti. 
I ragazzi stanno lì, tra melanzane e filari di peperoncino (l’uliveto è stato bruciato pochi mesi fa mandando in fumo cinque anni di lavoro), a sudare, ridere, cantare, conoscersi, una melanzana sbucciata dietro l’altra, un’erbaccia sradicata dal peperoncino dopo l’altra. 
Sono consapevoli che non si batte la ‘ndrangheta con un campo di melanzane e che i gruppi di volontari sono poco più di dardi rossi (la maglietta di Libera) di passaggio in quel mondo, poco più di turisti, il messaggio lanciato però è forte, una marea di giovani e meno giovani, di studenti come lavoratori portano la solidarietà…vi sembra poco? 
Mentre la mattinata, dalle 6 fino alle 13, si suda nei campi, il pomeriggio è denso di emozioni nelle testimonianze dirette di quella violenza che negli anni ha assopito nell’anima questa terra, lo si vede in ogni casa perennemente in costruzione, dalla spiaggia abbandonata all’Aspromonte, carico delle sue storie di odio e morte. Per questo il messaggio è importante, per dare orgoglio ad una popolazione imprigionata nella paura e nell’omertà. 
Questa terra deve essere salvata, è una terra che distribuisce bellezza da ogni parte, da ogni sbuffo di polvere arsa dal sole, da ogni odore, da un cielo blu intenso, montagne verdissime e un mare ancora più blu. Una bellezza soffocata da una violenza che non le appartiene perché a quella terra appartiene una caratteristica quasi sconosciuta a noi del nord, che al massimo ci siamo fermati ad abbronzarci sulle sue splendide coste e che è la disarmante ospitalità, i ritmi battenti delle tarantelle, gli odori penetranti, i colori vivi di ogni pianta… 
Nel cuore di questi volontari tornati a casa con un po’ di nostalgia, molto orgoglio e parecchi amici in più è rimasta la voglia di ripetere l’esperienza e di raccontarla a quanta più gente possibile.

Elda Gibertini

 

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