Prezzi, pesticidi e filiere: la lettura di Mounir Bouhelel sul mercato francese dell’ortofrutta biologica

Mounir Bouhelel

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Il biologico in Francia non sta attraversando una crisi di valore, ma una fase di riallineamento del mercato, in cui il confine con il convenzionale si fa più sottile, soprattutto sul piano dei prezzi e delle regole. È questa la lettura che emerge dall’intervista a Mounir Bouhelel, buyer di Desmettre Bio al Mercato di Rungis, punto di riferimento per la distribuzione di prodotti freschi nell’area parigina, specializzato in agroecologia e agricoltura rigenerativa.

Una visione che si inserisce pienamente nel contesto dell’attualità francese. Nei giorni scorsi, infatti, il governo ha annunciato una misura “precauzionale” che vieta l’importazione di avocado, mango e altri prodotti ortofrutticoli trattati con cinque pesticidi vietati nell’Unione europea, in attesa di una possibile estensione a livello comunitario. Una decisione che nasce dal dibattito sull’accordo UE-Mercosur e che riporta al centro il tema dei doppi standard tra produzioni interne e importazioni.

Un biologico a filiera dedicata

Desmettre Bio fa parte di un gruppo più ampio, ma opera in modo completamente separato dalle attività convenzionali. “Ognuno ha il suo mondo e la sua filiera”, spiega Mounir, entrato in azienda nel 2021 per rafforzare le competenze specifiche sul biologico. L’obiettivo è lavorare solo con produzioni coerenti, evitando approcci opportunistici che negli ultimi anni hanno segnato il settore.
Il mercato di riferimento è prevalentemente francese, con un forte radicamento locale. Desmettre Bio lavora soprattutto con negozi specializzati bio e mercati parigini, mentre restano fuori dalla strategia la grande distribuzione e il canale horeca, considerati poco compatibili con una visione del biologico fondata su stagionalità, gusto e relazione diretta con i produttori.

Stagionalità e cultura del consumo

Uno dei nodi centrali resta la stagionalità. “Oggi molti consumatori vogliono pomodori a dicembre”, osserva Mounir. “Il problema è la paura del vuoto: se un prodotto non c’è, sembra che manchi qualcosa”. Ma nel biologico questo approccio mostra tutti i suoi limiti. La differenza tra un prodotto stagionale e uno fuori stagione è evidente, soprattutto all’assaggio. “Chi ha una cultura del biologico consolidata lo sa: certi prodotti, d’inverno, semplicemente non si comprano”. Una distinzione che ha anche un peso ambientale, perché la produzione fuori stagione implica spesso serre riscaldate e consumi energetici elevati.

Approvvigionamenti e controlli

Dal punto di vista degli approvvigionamenti, la Francia resta il primo bacino, seguita da Italia e Spagna. Dall’Italia, in particolare dalla Sicilia, arrivano agrumi biologici apprezzati per il sapore. “Costano un po’ di più, ma il cliente lo capisce: se il gusto c’è, il prezzo è giustificato”.
Per alcuni prodotti extra-UE – come mango dal Perù o ananas dal Togo – l’azienda lavora solo con filiere biologiche controllate direttamente. “Il certificato non basta. Io vado sul posto, verifico“. Un approccio che trova ulteriore legittimazione nelle recenti decisioni francesi sui pesticidi vietati, che mirano a impedire l’ingresso di prodotti coltivati con sostanze non ammesse in Europa.

Prezzi: un differenziale che si riduce

Uno degli aspetti più rilevanti riguarda il prezzo. Nei mesi invernali, il differenziale tra biologico e convenzionale si è drasticamente ridotto. “Oggi una zucchina convenzionale spagnola costa circa 2,80 €/kg, mentre quella biologica è intorno ai 3 €/kg”.
Non è il biologico a svalutarsi, ma il convenzionale ad aumentare per effetto della scarsità stagionale, dei costi e della domanda. Il biologico, invece, lavora con prezzi più stabili, legati ai costi reali di produzione, in particolare alla manodopera. “Sotto una certa soglia, il produttore bio non raccoglie: non conviene”.
In questo scenario, le nuove restrizioni sui pesticidi potrebbero accentuare la convergenza dei prezzi. Riducendo le sostanze ammesse nel convenzionale, i costi di produzione si avvicinano a quelli del biologico, rendendo quest’ultimo sempre più competitivo.

Una crescita controcorrente

Nonostante un racconto diffuso di difficoltà del settore, nel 2025 Desmettre Bio registra numeri in crescita:+25% di fatturato e +22% di volumi. Un risultato legato a una strategia chiara: rinnovare l’assortimento, lavorare con produttori coerenti e puntare sul gusto.
“Il mercato bio è piccolo, i clienti sono gli stessi”, spiega Mounir. “Ma cercano differenza. E la differenza non è solo il prezzo: è il sapore, è la memoria, è un prodotto che ti ricorda com’era il cibo prima“.

Sostenibilità: meno slogan, più campo

Il dibattito sulla sostenibilità resta spesso astratto. “Servono studi fatti da persone del terreno, non da chi sta in ufficio a fare tabelle”. Secondo Mounir, bisognerebbe misurare seriamente l’impatto ambientale complessivo delle diverse scelte produttive, tenendo conto di distanza, energia e stagionalità. Senza dati concreti, il rischio è ridurre la sostenibilità a uno slogan.

Uno sguardo al futuro del bio

Guardando al futuro, cresce anche in Francia l’interesse per colture esotiche prodotte in Europa – avocado, passion fruit, papaya – in particolare nel Sud del Paese, in Corsica e in Sicilia. Una tendenza che potrebbe ridurre la dipendenza dalle importazioni extra-UE e rafforzare la coerenza ambientale delle filiere.

La vera sfida, però, resta non forzare la natura. “Scaldare le serre nel biologico per competere sul mercato non è sostenibilità”. In un contesto di regole più stringenti e prezzi che convergono, il biologico – se fatto bene – non solo regge il confronto, ma diventa sempre più un riferimento per il mercato francese.

Chiara Brandi

Notizie da GreenPlanet

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