La notizia della cessione di Suolo e Salute srl, il più grande organismo di certificazione biologico italiano, a Cotecna Certification Italia srl, controllata al 100% dalla svizzera Cotecna Inspection SA non ci coglie impreparati perché non è il primo organismo ad essere venduto a grandi realtà imprenditoriali straniere e, probabilmente, non sarà l’ultimo. Sul tema è intervenuto con tempestività sabato 22 marzo il nostro direttore editoriale Antonio Felice (vedi news) che ha messo bene in luce la miopia generalizzata del nostro sistema imprenditoriale e la mancanza di fiducia, e di investimenti, anche in uno dei settori di qualità dell’agroalimentare nostrano: il biologico.
La notizia ci offre, però, lo spunto per riflettere sullo stato di malessere che da alcuni anni alligna nel settore biologico e che non permette alle forze “migliori” di guardare con ottimismo ed entusiasmo ad un settore che potrebbe “fare molto di più”. L’Autorità pubblica, nelle sue varie articolazioni, e lo stesso mondo delle associazioni di settore, ormai da oltre un decennio, non favoriscono con le loro scelte, volte più alla conservazione che allo sviluppo, il decollo di un settore che avrebbe dovuto oggi rappresentare almeno il 10% dei consumi alimentari interni. Circoscrivendo il rapporto al comparto della certificazione, gli organismi si ritrovano ogni giorno ristretti fra regole inutilmente rigide se non vessatorie e atteggiamenti diffidenti – usando un eufemismo – da parte di alcune associazioni di settore, e non, che quotidianamente li accusano di praticare tariffe esose, di moltiplicare la burocrazia e di non fornire sufficienti garanzie; accuse queste che abbiamo sempre dimostrato essere infondate.
L’Autorità Pubblica italiana ha trasformato la certificazione volontaria su base regolamentata dei prodotti agroalimentari, fra essi il biologico ma anche i prodotti tipici, in un coacervo di norme ove gli organismi di certificazione sono di fatto divenuti organismi di mero controllo ed asserviti al vero certificatore che si chiama Autorità di Controllo. Prima il D Lgs. 20/2018 e poi il vigente D Lgs. 148/2023 non lasciano molto spazio di manovra all’organismo di certificazione che pur essendo un’azienda privata difficilmente può agire come tale. Non ha grandi margini di manovra nella gestione del personale e degli ispettori sia per quanto attiene l’assunzione che la formazione in quanto regole assurde sulla prevenzione del conflitto di interessi non glielo consentono. La gestione quotidiana delle attività è scandita da un continuo invio di dati a colui che delega e che detiene il vero potere certificativo. I principi tariffari devono essere preventivamente approvati dall’Autorità quando ciò dovrebbe essere una delle principali libertà di un’impresa privata. In sostanza gli organismi non dispongono di quella libertà minima di “combinazione dei fattori produttivi” tipica di un’impresa assumendosi, però, la totale responsabilità in un quadro decisionale in cui le decisioni vengono assunte dall’Autorità Pubblica. In un quadro di questo tipo, solo sommariamente tratteggiato, come è pensabile che un imprenditore possa intravvedere le condizioni per uno sviluppo imprenditoriale? E’ più semplice, e più redditizio, rivolgersi al mercato internazionale ove grandi imprese del settore tic (test, inspection, certification) vedono la possibilità di completare i loro servizi e sviluppare economie di scala in un Paese in cui l’agroalimentare, fra cui il biologico, genera un giro d’affari di alcune centinaia di miliardi.
Sul versante imprenditoriale del settore bio rari sono stati i casi in cui si è concretizzata l’integrazione fra organismi di certificazione italiani tramite incorporazione. Le proprietà degli organismi, anche quando queste erano e sono rappresentate da organizzazioni e/o associazioni di imprenditori, non hanno mai accolto la sfida di creare gruppi maggiormente articolati partendo da organismi esistenti. Di fronte a proposte che prevedevano la costituzione di nuovi organismi partendo da realtà presenti nella certificazione del bio, dell’agroalimentare tipico e dei vini si è sempre giunti all’educato ed elegante declino. Difesa dei “perimetri” di provenienza, gelosie o altri motivi hanno sempre impedito la costruzione di forti realtà aziendali in grado di completare il processo produttivo nazionale con un giudizio di certificazione altrettanto nazionale. Ci riempiamo la bocca di orgoglio nazionale e quando ne avremmo motivo, grazie ai migliori prodotti della nostra tradizione enogastronomica, adottiamo regole che rischiano di favorire che la certificazione venga emessa da realtà straniere o la cui proprietà risiede all’estero.
Per questo fanno amaramente sorridere certi titoli di questi ultimi giorni in cui si sottolinea che il Governo Italiano è intervenuto con la golden power per difendere il biologico italiano. Il settore lo si difende giorno per giorno adottando regole e comportamenti tesi a rafforzare le imprese nazionali esistenti e a favorirne l’attività e non creando un pregiudizio negativo verso il settore grazie a norme vessatorie che ne minano la sostenibilità economica; i dati presentati a Biofach da Assocertbio testimoniano nel 2024 lo stop del biologico italiano.
Trattando di agroalimentare, le imprese nascono e crescono in un ambiente favorevole in cui le cure colturali sono essenziali; da tempo nel nostro Paese sembra che nessuno più si preoccupi di ciò nel quotidiano ma preferisca misure altisonanti, fra cui il marchio del biologico, che non servono a nulla.
La golden power del Governo è una misura “fuori tempo massimo” che al settore non serve.
Fabrizio Piva