Ecco come e perché prende piede l’eco-fashion

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Quando si può dire che un capo d’abbigliamento sia realizzato con stoffe naturali o che sia addirittura un prodotto biologico? In Italia, come nel resto del mondo, non esiste ancora una legge che abbia affrontato il problema. Etichette come ‘pure wear’ non sono altro che marchi creati dalle stesse aziende e termini come ‘cotone bio’ non sono tutelati per legge.

Nel 2010 quattro grandi associazioni tessili in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone hanno fissato di comune accordo il GOTS – Global Organic Textile Standard, uno standard internazionalmente riconosciuto sul tessile biologico. Quest’ultimo è al momento il certificato più esigente per quanto riguarda la produzione ecocompatibile e sociale. Sono sempre più le aziende che puntano al tessile sostenibile: questo perché la gente diventa sempre più consapevole che la salute e il benessere non dipendono solo da quello che mangiamo, ma anche da quello che indossiamo.

Lo standard internazionale GOTS consente di definire in modo univoco quando un prodotto tessile può essere definito biologico. Tra i filati figurano il cotone organico, coltivato secondo le pratiche dell’agricoltura biologica, la juta, la fibra vegetale più diffusa dopo il cotone, biodegradabile al 100% e riciclabile, la canapa, coltura ecologica che non richiede pesticidi o erbicidi, rende fertili i terreni e richiede ridottissime quantità d’acqua. Armani è stato il primo a introdurre negli anni ’90 una propria linea ecologica, con jeans realizzati utilizzando capi riciclati e con indumenti in canapa coltivata senza pesticidi e diserbanti e ha presentato la Armani Jeans Denim Culture con capi realizzata in fibra di bambù.

La green economy ha portato alla creazione di un mercato globale per beni e servizi volti alla tutela dell’ambiente. L’OCSE definisce questo settore come quell’insieme di attività volte alla ‘produzione di beni e servizi per misurare, prevenire, limitare o correggere i danni ambientali ad acqua, aria e suolo; nonché i problemi connessi ai rifiuti, il rumore e l’ecosistema.

Questo include tecnologie, prodotti e servizi che riducono il rischio ambientale e minimizzano l’inquinamento e l’uso delle risorse’. Il termine green economy sta dunque ad indicare l’insieme integrato di politiche green da parte delle istituzioni, ma anche gestione green da parte delle imprese come quelle tessili.

Nell’ abbigliamento le magliette in cotone bio sono appese accanto a quelle realizzate grazie alle coltivazioni convenzionali o addirittura con l’aggiunta di fibre sintetiche. Anche se la materia prima proviene da coltivazioni agricole ecologiche, la strada dal campo al cliente è molto più lunga. Un prodotto tessile viene prima colorato, cucito, stampato o mercerizzato, tutti passaggi che lasciano ampio spazio per l’utilizzo di sostanze chimiche che danneggiano l’ambiente.

Ammesso che un capo d’abbigliamento rispetti tutte le direttive sull’ambiente in ogni passaggio della produzione, bisogna tener conto che esistono diversi modi per vendere il prodotto: ci sono marchi che commerciano esclusivamente prodotti realizzati in modo ecologico e sostenibile e ci sono poi i rami ecologici dei grandi marchi o delle linee ecologiche proposte dai label internazionali.

Ha avuto successo la collezione organic-cotton della catena H&M e anche la Levi’s sta per lanciare il jeans ecologico realizzato in cotone organico e tinto, non più chimicamente, ma solo con l’indaco naturale. L’eco-fashion, soprattutto se trendy, è di gran moda fra i consumatori. Visti i grandi quantitatovi di merce venduti, iniziative commerciali del genere si rivelano estremamente importanti per lo sviluppo globale di un mercato dell’abbigliamento sostenibile.

In Italia un contributo lo ha dato Alessandro Acerra con le sue t-shirt in cotone biologico, decorate con stoffe preziose, tessuti di scarto dell’alta moda recuperati, fatte a mano una per una.

Dopo la fine degli studi, ho iniziato a realizzare le prime magliette. All’inizio per me e per i miei amici, poi, tre o quattro anni fa, ho creato il marchio Hibu ed ho iniziato a commercializzarle” afferma Acerra che oggi vende le t-shirt solo in alcuni negozi selezionati e, on line, sul sito Greencommerce.it.

Sostenere una filiera tessile sostenibile è l’obiettivo del progetto di ricerca ‘Tessile sostenibile’ (2011) finanziato dal Consiglio nazionale delle ricerche. Coordinato da Unioncamere Toscana, il progetto ha l’obiettivo di valutare la possibilità di utilizzo di lane da razze ovine locali per la creazione di tessuti finalizzati a diversi settori d’impiego.

I tessuti realizzati nell’ambito di una filiera industriale, insieme ai relativi manufatti, saranno utilizzati per attività di informazione/comunicazione sulla possibilità di realizzare una filiera corta che utilizzi risorse locali, quali la lana, e sia in grado di assicurare un reddito a tutti gli attori della filiera a partire dagli allevatori.

Promuovere l’artigianato e il tessile sostenibile è una sfida globale che bene s’inserisce in un contesto economico e sociale che richiede alle imprese italiane ed europee di fondare la propria competitività su una forte capacità d’innovazione. Il futuro punta alla necessità di stringere un forte legame tra innovazione e tutela dell’ambiente per perseguire e conseguire uno sviluppo sostenibile.

(fonte: Life&Style Magazine, Arianna Adamo. This article is copyrighted by International Business Times) 



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