Quali azioni per il rilancio del Bio? Meno burocrazia, più comunicazione e No ad “alternative” sostenibili

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È piuttosto deludente l’andamento dei prezzi all’origine dei prodotti biologici, con una catena del valore rispetto al convenzionale che si è andata progressivamente erodendo e in un contesto generale di quotazioni oltretutto in discesa sia per il bio che per il convenzionale. Occorre dunque mettere in campo azioni di rilancio che si possono identificare soprattutto in due direttrici: da una parte comunicare meglio, in modo più chiaro e diretto, il valore del bio, puntando a coinvolgere soprattutto i giovani, dall’altra sgombrare il campo da confusioni con altri sistemi di coltura sostenibile che riecheggiano il bio e attraggono il consumatore per il prezzo più conveniente. Tutto questo è emerso dal webinar organizzato da GreenPlanet “La catena del valore bio e convenzionale a confronto, quali azioni per il rilancio”.
All’incontro, moderato dalla giornalista coordinatrice della nostra testata, Chiara Brandi, hanno partecipato Riccardo Meo, analista direzione filiere e analisi dei mercati Ismea, Maria Carola Gullino, amministratrice Gullino Group, Davide Pierleoni, consigliere AssoCertBio, e Fabrizio Piva, manager di Coop. G.Bellini, responsabile sviluppo sostenibilità ed editorialista di Greenplanet.

L’analista Ismea Riccardo Meo ha sottolineato come, a partire dal 2022, la forbice di prezzo tra bio e convenzionale sulla commodity grano duro si sia molto ridotta e a marzo 2024 il bio spuntava solo un +10,6% sul convenzionale nel prezzo euro/tonnellata. Tutto questo in un contesto in cui, sia il bio che il convenzionale, hanno registrato nell’arco di una anno una discesa delle quotazioni sul grano duro rispettivamente del -13,8% e del 13,7%. Altro caso di andamento deludente del premium price del bio è quello dell’olio Evo dove il prezzo bio a marzo 2024 spuntava solo un +2,3% sul convenzionale. Poche – ha sottolineato l’analista Meo – le eccezioni di premium price favorevoli al bio come il girasole, coltura che appare ancora remunerativa con un +64,2% rispetto al convenzionale. In tutto questo, sugli scaffali il prezzo al consumo bio nei prodotti trasformati mostra un differenziale importante rispetto al convenzionale. Un differenziale che non va certo in tasca al produttore. A conti fatti, secondo l’analisi Ismea, la catena del valore elaborata per alcune filiere biologiche, come pasta bio e carne bovina bio, evidenzia che la marginalità che resta all’azienda agricola è inferiore del 30% rispetto al prezzo finale del prodotto.
A fronte di questo scenario prezzi piuttosto scoraggiante per il bio, l’analista Ismea ha anche evidenziato le azioni su cui il settore ripone più aspettative per il rilancio: il marchio biologico italiano, il rafforzamento delle forme associative, delle organizzazioni dei produttori e dei distretti biologici, il piano nazionale delle sementi biologiche e le azioni per sviluppare la ricerca nel biologico (piano nazionale per la ricerca).

Al quadro illustrativo dell’analista Meo è seguito il dibattito con gli altri ospiti intervenuti in merito alle strategie per rilanciare il settore.

Carola Gullino, amministratrice di Gullino Group, ha sottolineato come sul settore pesi l’eccessiva burocratizzazione e il diffondersi di sistemi di coltivazione che riecheggiano il biologico confondendo il consumatore che magari si orienta su questi prodotti simil-bio che costano un po’ meno. “È anche colpa nostra – ha detto Gullino – in quanto non informiamo adeguatamente il consumatore su quello che è il nostro target. Le strategie per favorire il rilancio? Mi fa sorridere che si voglia aumentare produzione del biologico senza preoccuparsi della domanda, perciò bisogna rafforzare l’immagine del bio presso il consumatore, spiegando in modo semplice che cosa significa veramente coltivare in biologico, i rischi maggiori che corre il produttore bio anche rispetto la sfida del cambiamento climatico”.

“Sul fronte comunicazione – ha aggiunto Gullino -, vanno spiegati meglio i benefici dei consumi bio, non solo per la salute ma anche per l’ambiente. Poi è sicuramente opportuno investire maggiorente in innovazione e ricerca a favore della produzione, che a cascata comporta anche un abbattimento dei costi a carico del produttore”.

Nonostante il momento difficile che attraversa il bio, l’imprenditrice Gullino guarda al futuro con sentiment positivo: “Sono sicura – ha osservato – che ci sarà una ripresa, da favorire affidandoci alle nuove generazioni e a una comunicazione più chiara che generi cultura”.

Una buona notizia per il settore, arrivata da Davide Pierleoni, consigliere AssoCertBio, è che gli operatori biologici aumentano ancora. “Dalle nostre stime – ha detto Pierleoni – al 31 dicembre scorso si attestavano sulle 98mila unità, il che significa un +5-6% rispetto all’anno precedente, quindi c’è ancora tendenza alla crescita nonostante il premium price in calo, il peso della burocrazia, e PSR con misure in concorrenza rispetto ad altri sistemi di coltura sostenibile”.

Pierleoni si è dichiarato d’accordo con l’imprenditrice Gullino sul fatto che, con il biologico che tende a essere meno riconoscibile sul mercato, “i valori del bio vengono azzannati da tutti una serie di soggetti, che si chiami agricoltura integrata o sostenibile, o addirittura da movimenti nati intorno al biologico che fanno concorrenza al bio come la biodinamica. Tutti questi schemi instillano nel consumatore l’idea che ci possa essere qualcosa simile al biologico ma un prezzo molto più basso e qui dobbiamo fare qualcosa come mondo bio. Quello che possiamo fare noi come associazione è favorire la semplificazione e la riduzione del carico burocratico. Non può essere che l’agricoltura convenzionale non abbia controlli di nessun tipo e chi invece si impegna per fare un passo nel futuro sia oberato di controlli. Come AssoCertBio abbiamo dunque fatto al MASAF una serie di proposte per ridurre il carico burocratico”.

D’accordo anche Fabrizio Piva, manager di Coop. G.Bellini, che il biologico “se si confonde all’interno di altri strumenti rischia di essere perdente”. Perché – ha sottolineato il manager – è vero che il biologico deve misurarsi sulla sostenibilità, ma non può essere un gregario, perché è sempre stato l’apripista della sostenibilità”.

Anche Piva ritiene che il settore abbia un futuro ma “dobbiamo cercare di smuoverlo e non pensare solo al 25% della SAU”. La proposta del marchio biologico nazionale non piace però a Piva partendo dalla constatazione che “Abbiamo un sistema produttivo biologico con regole europee e abbiamo fissato a livello nazionale delle regole che sono più restrittive di quelle UE e pensiamo dunque di fare con queste regole un marchio nazionale con cui miglioreremo le performance dei consumi? Io credo il contrario, perché così andiamo ad aumentare la burocratizzazione e la mettiamo in capo ai produttori italiani per poter mettere questo logo nazionale quando il Regolamento europeo già ci dà la possibilità di marchiare il prodotto bio a livello nazionale”.

Cristina Latessa

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