Attacchi in malafede a un mondo in buonafede

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Ripetutamente, ciclicamente, partono gli attacchi al biologico. Se notate, di solito partono dal mondo anglo-americano, da riviste importanti, centri di ricerca, studiosi, divulgatori, politici legati, in ultima analisi, alle grandi multinazionali della chimica, della bio-chimica, delle sementi, che hanno grandi risorse economiche, operano su scala globale, influenzano non solo l’opinione pubblica di tutto il mondo con la loro enorme capacità di investire ma la politica e le stesse istituzioni.

Il biologico, poverino, è un movimento dal basso. Riceve attacchi in malafede ma è un movimento di persone e aziende in buonafede, aziende piccole e medio-piccole fatte da gente che ci crede, che si rimbocca le maniche tutti i giorni credendo che coltivare prodotti sani, naturali faccia bene ai consumatori e all’ambiente.

Questa è una semplice e chiara premessa; chi scrive crede che sia anche una premessa vera, sulla quale valga la pena di impegnarsi.

L’ultimo attacco è partito da ‘Nature’. E sapete cos’è ‘Nature’? E’ un settimanale, la prima rivista scientifica al mondo, nata nel 1869 negli Stati Uniti, attorno alla quale oggi ruota un colosso editoriale di enorme potere sulla comunità scientifica internazionale, un colosso condizionato dalle sponsorizzazioni e dagli annunci pubblicitari delle multinazionali che finanziano la ricerca scientifica, finanziano la politica, finanziano tutto. Niente di male, per carità, ma è giusto per capirci.

Ora, ancora una volta, ‘Nature’ si è chiesta, subito ripresa in varie parti del mondo (in Italia dal blog di Repubblica) se il biologico faccia davvero bene, se offra garanzie maggiori del convenzionale, se abbia una superiorità salutista e organolettica: ha sollevato dubbi, interrogativi che conosciamo bene. La cosa strana è che questi interrogativi vengano ripetuti a ritmi crescenti proprio mentre il fenomeno dei consumi biologici si espande a macchio d’olio in tutto il mondo per precisa richiesta del ‘popolo’ dei consumatori. Sono interrogativi posti dall’alto, dall’alto della scienza ‘ufficiale’, nei confronti, ancora una volta, di un movimento dal basso, dalla società; un movimento, ancora una volta, in buonafede, che chiede salute.

Faccio un piccolo piccolo esempio concreto, terra terra, della differenza tra biologico e convenzionale. Per nove giorni prima di Pasqua ho vissuto in una regione dell’Africa occidentale a stretto contatto con una comunità contadina che si nutriva di ciò che produceva direttamente con metodi di agricoltura tradizionale; non ho visto una sola bustina di plastica contenente fitofarmaci e la gente mi ha confermato che lì nessuno ne aveva mai acquistati. Mangiando il loro stesso cibo non solo non ho avuto disturbi di alcun genere ma tutto il mio ciclo digestivo ha funzionato meglio del solito. La mattina di Pasqua, rientrato in famiglia, in Italia, una moglie premurosa mi ha servito la colomba pasquale con la colazione, come da tradizione: risultato, in meno di due ore il mio stomaco ha cominciato a protestare mandandomi dei segnali incontestabili sotto forma di fastidiosi bruciori. Ho controllato confezione ed etichetta del dolce pasquale: tutto in regola, tutto ‘perfetto’ per un alimento convenzionale contenente conservanti e tutta la chimica che doveva contenere. Tutto ‘perfetto’ ma non per il mio povero stomaco. Personalmente, non ho bisogno di altri segnali per capire quale sia la differenza tra naturale-biologico e convenzionale.

E tuttavia è pure chiaro che il problema non è questo. Il problema è che in un mondo complesso come il nostro, dove sono in pochi a vivere in una natura intatta che elargisce i suoi frutti, il biologico deve avere dalla sua parte una sua ricerca scientifica che gli dia la capacità di innovarsi, di essere competitivo senza tradire sé stesso. Non è cosa da poco.

Ma poiché la partenza è una posizione intellettuale semplice e chiara: salvare la salute, salvare l’ambiente, una posizione che contiene un valore alto, il biologico come aziende, come persone, come consumatori, come movimento di opinione dovrebbe pretendere dalla politica, dal settore pubblico che importanti finanziamenti siano indirizzati verso una ricerca scientifica finalizzata a un biologico in grado di rispondere alle sfide di oggi, dell’alimentazione umana e dell’ambiente naturale di oggi, nella loro complessità. Questo è un punto fondamentale. Questo dovremmo pretenderlo.

Antonio Felice

editor@greenplanet.net 

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